Il dolore
Passaggio a Nord-Est: la “prima volta” dell’Italia passa da un santacrocese
Dal Giappone alla Norvegia: Romolo Becchetti, ex presidente del Consorzio conciatori toscani, racconta la sua avventura a bordo della Best Explorer
Tre città nella sua vita - la natìa Santa Croce, Viareggio dove abita adesso, Mosca dove gravita da oltre trent’anni - e tre sport principali: l’automobilismo (ha corso più volte la Targa Florio e le Mille Miglia con auto storiche), il nuoto (gareggia per il Massarosa, è campione d’Italia M70 nei 100 metri stile libero) e la vela. È stata quest’ultima a dare la soddisfazione più recente a Romolo Becchetti, ex presidente del Consorzio Conciatori Toscani. Che mentre racconta la sua avventura, risulta poco credibile solo quando rivela la sua età: 73 anni. Eppure anche quella è vera, benché il fisico e il sorriso siano molto più giovanili.
Becchetti è appena tornato da Tromso in Norvegia, approdo finale della Best Explorer, la prima barca a vela italiana nella storia a compiere il Passaggio a Nord Est, ovvero la circumnavigazione a nord del Circolo Polare Artico con partenza da Sapporo in Giappone e arrivo a Tromso. Con Becchetti c’erano dei mostri sacri come Nanni Acquarone (capitano e proprietario della barca), Danilo Baggini, Gianfranco Riccioni e Salvatore Magri.
Sono stati tre mesi di navigazione “estrema”, con momenti sicuramente indimenticabili.
Ci può ricordare i più belli?
«Sono stati tanti. È meraviglioso vedere l’aurora boreale, ma anche la fauna nei tratti di costa che abbiamo toccato, e conoscere la gente dei villaggi dove abbiamo fatto le poche ma necessarie soste. Anche se, tornando agli animali, sono sì tutti belli, ma gli orsi bianchi quando si avvicinano sembrano essere incuriositi più dal nostro possibile sapore che dalla barca ».
Quelli più difficili?
«Per fortuna non siamo stati investiti da tempeste, ma il radar era sempre sotto osservazione, soprattutto quando ci indicava gli iceberg. A maggior ragione quelli apparentemente piccoli, che sono piccoli solo sopra il pelo dell’acqua ma sono i più pericolosi perché non li vedi. Un’altra difficoltà è sorta quando ci siamo avvicinati al Polo, perché la bussola ovviamente è impazzita e abbiamo dovuto rinunciare al pilota automatico».
E quelli più sgradevoli?
«Diciamo che lavorare con 5 gradi sotto zero non è impossibile ma fastidioso. E data l’alimentazione forzatamente spartana, la notte sognavo le bistecche... Compravamo il pane a cassette nei porti in cui ci fermavamo, ma dopo qualche giorno bisognava “scattivirlo” perché faceva la muffa. Ma le emozioni e i momenti belli sono nettamente più rilevanti».
Qualche difficoltà è arrivata anche da fattori estranei alla natura, vero?
«È normale, e uno dei motivi che hanno indotto gli altri a farmi partire con loro è che parlo russo. A un certo punto ci siamo dovuti trattenere in una città russa perché il nostro permesso di navigazione non bastava più: siccome dovevamo avvicinarci a zone militarizzate, cioè a basi navali, ci siamo dovuti fare rilasciare un nuovo permesso dall’Fsb, l’erede del Kgb. Non è stato semplice e abbiamo perso tre settimane».
Già, lei in Russia non è un turista...
«Ci andai per la prima volta negli anni 80. La nostra tecnologia per la lavorazione delle pelli era la migliore del mondo e vendemmo all’Urss una gran quantità di macchinari. Poi in Russia sono diventato di casa commerciando anche in profilati metallici, gioielli e... vodka italiana, quando la loro produzione non era sufficiente per il mercato interno...». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
