Il Tirreno

Pontedera

Trent’anni di carcere all’omicida di Idy Diene

Matteo Leoni
Trent’anni di carcere all’omicida di Idy Diene

Il senegalese venne ucciso a Firenze da un ex tipografo intenzionato a suicidarsi salvo poi cambiare idea e sparare a un passante

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PONTEDERA. Raddoppia la pena per Roberto Pirrone, l’ex tipografo fiorentino arrestato dalla polizia il 5 marzo 2018 poco dopo aver freddato a colpi di pistola l’ambulante senegalese residente a Pontedera Idy Diene su ponte Vespucci nel centro di Firenze. In primo grado i giudici lo avevano condannato a 16 anni, con rito abbreviato. Ieri mattina la corte di assiste di Appello di Firenze gli ha inflitto una pena di 30 anni di reclusione.

Se nono fosse stato per lo sconto previsto nei casi dell’abbreviato per Pirrone, difeso dall’avvocato Sibilla Fiori, sarebbe scattato l’ergastolo. I giudici infatti gli hanno contestato l’omicidio volontario con l’aggravante di aver agito mosso da futili motivi, che invece, sulla base dei risultati di una perizia medico legale, non gli era stata contestata in primo grado.

In base alla perizia psichiatrica che fu disposta all’epoca dal gip, l’ex tipografo è risultato affetto da disturbo depressivo, e caratterizzato da una personalità evitante e passivo aggressiva. Elemento che avevano indotto il giudice a non contestargli l’aggravante di aver agito per futili motivi. Sempre secondo la stessa perizia però, quando uccise Idy Pirrone era «capace di intendere e di volere».

Arrestato subito dopo il fatto, Pirrone raccontò alla polizia di essere uscito di casa armato con l’intenzione di suicidarsi per problemi economici ma poi di aver cambiato idea decidendo di sparare a un passante a caso, in modo da andare in carcere e non pesare più economicamente sulla famiglia.

Nella sentenza di appello sono stati confermati i risarcimenti per le parti civili, da liquidarsi però in altra sede. Tra le parti civili ci sono la moglie di Idy, che vive a Pontedera, i figli e altri parenti del senegalese.

L’omicidio per modalità si presentò fin da subito come un’esecuzione. La comunità senegalese e gli altri immigrati a Firenze reagirono per giorni con proteste spontanee per il dolore e contro il razzismo. Il 10 marzo, cinque giorni dopo l’omicidio, ci fu un corteo che radunò 10.000 persone da tutta Italia. Tuttavia, sia l’inchiesta della procura che le sentenze di primo e secondo grado escludono che Pirrone abbia sparato perché spinto dall’odio razziale.

La ricostruzione fatta nel corso delle indagini sembra confermare che Roberto Pirrone scelse la sua vittima a caso, in un mortale cambio di programma. Quel giorno l’ex tipografo era uscito di casa, un alloggio popolare, con una pistola da tiro a segno, propria, per suicidarsi. Invece, ha spiegato lui stesso, non ebbe il coraggio di farlo: dopo aver graziato alcuni passanti, tra cui una mamma con un bambino nel passeggino, indirizzò l’arma su Diene. —

Matteo Leoni

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