Il Tirreno

Pontedera

La storia 

«Costretta a lasciare il lavoro dopo la nascita di mio figlio»

Giuseppe Boi

Dal sogno di una promozione a capo reparto al licenziamento in appena 12 mesi La catena di elettronica con punto vendita in città non le ha concesso il part-time

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PONTEDERA. Dalla gioia per la nascita del suo primo bambino, all’umiliazione delle dimissioni dal posto di lavoro. È la parabola vissuta in appena 12 mesi da Tiziana Tonarelli, ex dipendente di una nota catena italiana di elettronica con un punto vendita in Valdera. Una volta diventata mamma ha chiesto all’azienda di lavorare part-time. «Un diritto previsto dal contratto di lavoro», sottolinea. Ma si è scontrata contro quello che lei definisce «un muro di gomma, fatto di mancate risposte e chiarezza». Una situazione che alla fine l’ha portata alle dimissioni volontarie: «Ho dovuto scegliere tra mio figlio e il lavoro: in caso di licenziamento entro il primo anno di vita del bambino sia ha diritto alla disoccupazione, se fosse trascorso, passati i 12 mesi avrei ripreso a lavorare a tempo pieno e non avrei più potuto adempiere al mio dovere di mamma».

«Racconto la mia storia come forma di solidarietà per tutte le donne che, in silenzio, hanno dovuto lasciare il proprio posto di lavoro per una mancata attuazione delle normative», sottolinea Tonarelli orgogliosa e apprezzata impiegata fino alla nascita del primo figlio. Per dieci anni si è dedicata al suo lavoro anima e corpo, accarezzando anche il sogno di diventare capo reparto. «Per me rappresentava una parte della mia realizzazione personale – afferma – Inoltre lo sentivo anche un po’ “mio”, avendo allestito il negozio prima dell’apertura al pubblico: ancora oggi lo ricordo quando era solo un capannone vuoto. E quando ci sono state emergenze non mi sono certo tirata indietro: sono anche rientrata in anticipo dalle ferie».

Poi la decisione di avere un figlio e, nell’agosto dello scorso anno, l’arrivo del suo bambino. «Il tempo di riprendermi e sono rientrata in anticipo al lavoro usufruendo dei permessi allattamento e contando sull’aspettativa facoltativa per eventuali emergenze – ricorda Tonarelli – In contemporanea ho avanzato la richiesta per il part-time come previsto dal contratto collettivo nazionale del lavoro del commercio, applicabile nei negozi con più di 20 dipendenti fino al terzo anno di età del bambino. Tutto questo per evitare di veder azzerato il mio stipendio per sostenere i costi di babysitter, asili privati e poter soprattutto crescere mio figlio nella sua età più bella e delicata».

Ma da questo momento comincia il calvario. L’azienda da prima si chiude nel silenzio, poi risponde che “la domanda non rispetta il requisito dimensionale”. Una formula da azzeccagarbugli per dire che il part-time non veniva concesso sostenendo che potesse essere applicato a punti vendita che avessero sì 20 dipendenti, ma tutti a tempo determinato.

Tonarelli si è quindi rivolta alla Cgil, poi a un legale e al consiglio per le pari opportunità, ma le cose non sono migliorate. «Da prima sono stata demansionata e spostata in altro reparto, poiché ve ne era “necessità” e perché in allattamento creavo “disagio” nel mio reparto per la copertura – racconta – Poi sono stata reintegrata, ma il part-time non mi è stato concesso per il “disagio” che avrei creato se fosse approvata la richiesta».

Il tempo passa, il periodo di allattamento è ormai alla fine e Tonarelli si licenzia, sebbene con grande rammarico: «Potete essere d’accordo o meno con la necessità di voler conciliare la vita privata con quella professionale attraverso il part-time, ma la norma che lo prevede esiste e in quanto tale va rispettata», conclude. –


 

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