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Pontedera

Primo Mori, scudiero di Felice Gimondi: «Era esigente, ma sapeva dire grazie»

Paolo Falconi
Primo Mori, scudiero di Felice Gimondi: «Era esigente, ma sapeva dire grazie»

Il “Morino sanminiatese” è stato compagno di squadra del campione per tre stagioni a inizio anni Settanta 

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SAN MINIATO. Correre con Gimondi, correre per Gimondi. Un onore, un bell’impegno, un modo per essere al centro dell’ingranaggio delle due ruote pedalate. Ecco Primo Mori, di Molino d’Egola, che con Felice Gimondi – di cui oggi si tengono i funerali a Paladina nella val Seriana – ha corso nella medesima squadra per tre anni. Fu professionista dal’69 al’75, indossando le maglie della Max Meyer, della Salvarani, della Sammontana e della Scic.

Un buon aiutante, un gregario capace di vincere. E proprio con il glorioso team della Salvarani fu un uomo di Felice Gimondi. Lo scudiero. «Sono stati tre anni, dal 1970, straordinari. Mai un battibecco, mai qualcosa da ridire tra me e Felice. Era davvero meraviglioso anche quando scendeva di bici. MI ricordo, e come non potrei, che voleva quasi sempre stare davanti in gruppo. E nelle tappe più dure, specialmente quelle dove c’era da scalare un po’, mi voleva al suo fianco. Si aspettava molto da me. e io ne ero entusiasta».

Prosegue Primo Mori: «Un vero lottatore Felice, come sanno essere i bergamaschi. Ricordo che a una tappa del Tour, sul mitico Galibier perse una decina di minuti da Eddy Merckx. Ma dopo l’arrivo non era scoraggiato, e ci disse: «Oh ragazzi, domani bisogna dare battaglia e far vedere che ci siamo pure noi!».

Il Morino di San Miniato, come è conosciuto nell’ambiente del ciclismo, è stato un ottimo passista scalatore che si rendeva utile alla squadra e finalizzava il suo lavoro per aiutare i compagni più famosi: prima Gimondi e poi Bitossi. Il più importante dei suoi quattro successi è quello ottenuto nel Tour de France del 1970, tappa di Gap, con vittoria solitaria davanti a Wagtmans e Godefroot, staccati rispettivamente di 1’17” e di 2’30” .

«A quell’edizione del Tour, Gimondi non partecipava. Sì, vinsi a Gap e lui pronto mi chiamò per farmi i complimenti. Sapeva quanto fosse difficile quella frazione, e averla terminata a braccia alzate rappresentava davvero un’impresa. Era l’11 luglio 1970», sottolinea Primo Mori.

Il rapporto con Gimondi non si è esaurito con l’essere compagni di squadra. «Affatto. Erano molto amiche anche le mogli. Tiziana, la consorte di Felice, come noto non ha mai amato la vita mondana, ma a casa mia c’è stata. E con mia moglie Mariella parlava, mentre io e Felice eravamo a correre. Come nel 1971 quando venne a disputare un trofeo al Moriolo, qui a due passi da San Miniato. E poi si sentivano al telefono».

Quando vi siete incontrati di recente? «L’ultima volta è stato l’anno scorso a una festa Prato. Le solite chiacchierate come si fa tra vecchi amici. Ora invece se n’è andato all’improvviso».

Non ha chiesto al resto della squadra di proteggerlo contro gli avversari, Gimondi. Anche se oggi sarete al suo funerale: «Certo. patiamo presto con Roberto Poggiali e Mario Cupelli». –

Paolo Falconi


 

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