Il Tirreno

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l’evento 

Una nuova avventura dei detenuti attori in cerca dell’Homo Felix

Una nuova avventura dei detenuti attori in cerca dell’Homo Felix

Ieri la prima di Naturae con la Compagnia della Fortezza per uno spettacolo che andrà in scena fino a sabato nel carcere di Volterra

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VOLTERRA. L’ennesima avventura dei detenuti-attori della Compagnia della Fortezza è cominciata ieri con l’overture di Naturae (fino a sabato), il nuovo lavoro con drammaturgia e regia di Armando Punzo, che avrà, come di consueto uno sviluppo biennale. Spettacoli teatrali in una scenografia speciale come quella del carcere di Volterra per un evento che s’inserisce nella rassegna #trentannidifortezza, con la produzione di Carte Blanche e Tieffe Teatro.

L’operazione è sostenuta da ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), Regione Toscana, Acri-Associazione di Fondazioni e Casse di risparmio spa, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Comune di Volterra, Comune di Pomarance e ministero della Giustizia-Casa di reclusione di Volterra.

«Al centro del nuovo lavoro c’è l’uomo, nessun autore o opera di riferimento – dicono dalla Carte Blanche –. “Voglio sognare un uomo con minuziosa interezza, e, imporlo alla realtà”, così terminava Beatitudo, lo spettacolo dello scorso anno, mentre l’uomo e il bambino si allontanano per continuare il loro viaggio e la loro ricerca, perché l’uomo ideale che stiamo immaginando è ancora lontano».

«Quando nel 2016, durante la scena finale di Dopo la Tempesta, Lui e Il Bambino si sono presi per mano e hanno voltato le spalle al mondo di Shakespeare, a quell’affresco di intrighi e trame che volevano tradire e disconoscere come fondamento della loro esistenza, gli spettatori non sono rimasti da soli a contemplare le macerie – dice Punzo –. Dove vanno ora Lui e Il Bambino? Nel Verbo degli uccelli del poeta persiano Farid ad-Din Attar, uno di quei testi ricorrenti, che tante volte ho pensato di mettere in scena con la compagnia, e che invece è rimasto in noi come traccia sotterranea, c’è un momento che ho sempre trovato illuminante: quello in cui gli uccelli, invitati dall’Upupa a un viaggio duro e rischioso alla ricerca del Simurgh, accampano pretesti per restare dove sono: “Perché andare via? Chi sta meglio di me, nutrito e tranquillo, sulla spalla del re?”.

Il regista dice che «è fin troppo facile identificarsi in quella riluttanza. Lavorando ogni giorno, per esempio, scopro che il primo a voler rifare Macbeth sono io. Il primo che vorrebbe vestire i panni di Achille e combattere la battaglia dei tre giorni sono io. Mi riconosco nelle fonti, ne sono tentato, mi solleticano l’immaginazione. E poi però qualcosa in me prende un’altra direzione, e penso che se fossi Achille le armi che consegnano a lui io non le vorrei, ne vorrei delle altre, altri poteri, magari la capacità di parlare con le pietre e le piante». E infine: «L’evoluzione non si è arrestata. Ogni generazione ha una nuova sfida all’orizzonte, a noi spetta il compito di superare l’Homo Sapiens per andare incontro all’Homo Felix». —



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di Redazione web