Il Tirreno

Pontedera

L’omicidio di casteldelbosco 

Il delirio di Scotto: «Per me Giuseppe non è mai morto»

Pietro Barghigiani

Le risposte dell’imputato agli psichiatri incontrati in carcere Per la difesa è incapace di intendere, per pm e parti civili no

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MONTOPOLI. Incapace di intendere e di volere al momento del delitto per la difesa. Sano di mente e consapevole delle sue azioni per accusa e parti civili.

È il processo a Danny Scotto, il 27enne di Chiesina Uzzanese accusato di omicidio volontario aggravato per la morte dell’amico Giuseppe Marchesano, 27 anni, ucciso a colpi di pistola, una Magnum 357, nella casa della vittima a Casteldelbosco. Il giudice Giuseppe Laghezza ha rigettato la richiesta di perizia psichiatrica presentata dall’avvocato Barbara Luceri, la quale ha anticipato di voler chiedere un abbreviato condizionato all’audizione del suo consulente. Una mossa che punta a far cadere le due aggravanti contestate all’imputato, la premeditazione e la crudeltà.

Il gip, il pm è Sisto Restuccia, ha rinviato l’udienza al 23 luglio. In quell’occasione si pronuncerà sull’ammissione dell’audizione del consulente della difesa e in caso positivo fisserà una nuova udienza per la discussione. Se dovesse rigettare l’istanza, Scotto sarà giudicato in abbreviato semplice con lo sconto di un terzo. Ieri in aula c’erano i genitori di Marchesano, la madre assistita dall’avvocato Gabrio Bagnoli e il papà, tutelato dal legale Ivo Gronchi. Sono le parti civili di un processo in cui più che la responsabilità di Scotto nel delitto giocherà un fattore decisivo la valutazione delle sue condizioni mentale il giorno dell’omicidio.

Tenuto sotto osservazione per un mese a Sollicciano da un team di psichiatri, l’imputato è stato ritenuto «capace di partecipare al processo».

Scrivono i medici nella relazione agli atti del processo: «Scotto ha presentato un atteggiamento a tratti bizzarro, volto a eludere domande dirette su questioni personali mantenendosi sul vago, mostrando a tratti eccessiva latenza nelle risposte e lunghi silenzi. Mentre su altri argomenti, da lui scelti e con caratteristiche generali, l’eloquio è apparso fluido e informativo. In merito al fatto reato afferma di aver dato più versioni (“tutte le volte cambio versione”) limitandosi a dire che preferisce pensare l’amico sia ancora vivo (“per me è come se non fosse morto”). Risulta scarsa la reciprocità emotiva, il tono affettivo è apparso indifferente e distaccato senza lasciare trasparire alcuna emozione. Non sono emerse quote di ansia patologica. Egli ha mantenuto una condotta non sempre adeguata, talora sfidante nei confronti degli operatori sanitari». Gli psichiatri sottolineano che a livello di test ha mostrato un atteggiamento sprezzante con risposte spesso orientate al falso. Per Scotto viene delineato un «profilo compatibile per un disturbo della personalità in cui prevalgono gli aspetti narcisistici e schizotipici». Sul punto circa le sue facoltà mentali il giorno dell’omicidio «gli elementi in nostro possesso non ci consentono di esprimere un motivato giudizio in merito alla capacità di intendere e volere al momento dei fatti; pur nella limitata collaborazione offerta, riteniamo sia presente capacità di partecipare coscientemente al processo». —

Pietro Barghigiani

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