Il dolore
Usura e soldi della ’ndrangheta, in tredici finiscono a processo
Per alcuni episodi esclusa l’aggravante mafiosa che resta per altre contestazioni. Tra le accuse anche associazione a delinquere, riciclaggio, fatture false e frode
SANTA CROCE.Vanno tutti a processo gli imputati dell'inchiesta “Vello d’oro”' della Dda di Firenze della Guardia di finanza che ruota intorno a un sistema di frodi carosello e riciclaggio che il clan calabrese Scimone avrebbe attuato in Toscana, in particolare tra le aziende del distretto del Cuoio, a Santa Croce sull'Arno.. L’inchiesta nel febbraio 2018 portò ad arresti e perquisizioni. Ora, per il cosiddetto “sistema Scimone” il gup Antonella Zatini ha rinviato a giudizio 13 indagati tra cui Antonio Scimone, 45 anni, il suo uomo di fiducia a Firenze Cosma Damiano Stellitano, 54 anni, di Vinci; Giuseppe Nirta, 43 anni, (nipote dell'omonimo capo della ’ndrina La Maggiore di San Luca) e Antonio Barbaro, 46 anni, questi ultimi due operativi in Calabria. Alla sbarra anche Andrea Iavazzo, 66 anni, fucecchiese residente a Pistoia; Maurizio Sabatini, 59 anni, di Santa Croce sull’Arno; Lina Filomena Lovisi, 34 anni, di Santa Croce sull’Arno; Giovanni Lovisi, 65 anni, di Santa Croce sull’Arno; Mario Lovisi, 55 anni, di Castelfranco di Sotto; Francesco Lovisi, 60 annu, di Fucecchio; Nadia Carresi, 58 anni, di Santa Croce sull’Arno; Marco Lami, 60 anni, di Santa Croce sull’Arno; Alessandro Bertelli, 47 anni, di Fucecchio.
Il processo comincerà l’8 ottobre 2019 e tratterà più fatti e accuse - a vario titolo - di associazione a delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio, usura, estorsione, esercizio abusivo del credito, frode fiscale, fatture false. Il giudice Zatini ha escluso l'aggravante dell'articolo 7 “di mafiosità” per alcuni episodi in cui sono accusati imprenditori mentre la medesima circostanza rimane per gli altri imputati.
Sempre lo stesso giudice ha emesso una prima condanna, con rito abbreviato, per un quattordicesimo imputato, Filippo Bertelli , 50 anni, di Empoli - condannato a 2 anni con pena sospesa.
Prosciolti, per una delle accuse, gli imputati Giovanni Lovisi, Lina Filomena Lovisi, Alessandro Bertelli, Maurizio Sabatini e Marco Lami - perché il fatto non costituisce reato - laddove sono colpiti dall'imputazione di essersi associati con Scimone, Nirta, Stellitano e Iavazzo per commettere un numero indeterminato di delitti di riciclaggio attraverso l'emissione di fatture per operazioni inesistenti con aziende nel settore conciario.
Imprese che pure erano economicamente sane ma - ricostruiva l'inchiesta - avrebbero trovato vantaggio nel farsi prestare denaro, proveniente da “cartiere” che di fatto venivano gestite dalla ’ndrangheta. L'inchiesta della Dda fece emergere che le somme circolate in “Vello d’oro” provenivano sia dalla Calabria sia da conti basati in banche di Slovenia e Croazia. Una volta ripulito in Toscana il denaro avrebbe preso la via di società del Regno Unito, così sottratto al fisco italiano. —
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