Il Tirreno

Pontedera

processo per omicidio colposo 

«Ambulanza danneggiata per farsi spazio nel traffico»

Pietro Barghigiani
«Ambulanza danneggiata per farsi spazio nel traffico»

In aula il racconto del medico del 118 durante la corsa sul ponte dell’Indiano  verso il Meyer con un bimbo di 4 mesi in fin di vita che poi morì poco dopo

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pontedera. «Arrivati sul viadotto dell’Indiano trovammo il traffico bloccato. Per andare avanti l’ambulanza fu costretta a urtare contro alcuni veicoli al punto da danneggiare le fiancate».

È il medico del 118 Giovanni Belcari, 40 anni, di Usigliano di Lari, a raccontare in aula i drammatici momenti che dal Lotti al Meyer furono vissuti dall’équipe sanitaria nell’ambulanza su cui si trovava il piccolo Mikel Chison, il bimbo nigeriano di 4 mesi poi morto all’ospedale fiorentino. Una tragedia per la quale la posizione di due medici è stata archiviata. È sotto processo l’allora pediatra del Lotti, Stefano Pulvirenti, 48 anni, accusato di omicidio colposo. Difeso dall’avvocato Rubina Colombini, al medico viene contestato di aver disposto il trasferimento del bimbo da Pontedera al Meyer nonostante le condizioni del piccolo paziente lo sconsigliassero. Una consulenza della Procura avalla questa ipotesi. Opposta la relazione medica fornita dalla difesa.

Dopo aver sentito la mamma di Mikel, una anestesista, il maresciallo che acquisì le cartelle cliniche, davanti al giudice Antonella Frizilio (pm Giancarlo Dominijanni) è comparso il medico che la mattina del 18 dicembre 2014 fu chiamato al pronto soccorso del Lotti. «Il piccolo era stabile – ha ricordato il dottor Belcari –. Appariva stanco, provato. Di solito quando un bimbo di quell’età viene staccato dalla mamma comincia a piangere e ad agitarsi. Lui, invece, sembrava tranquillo». Il pediatra Pulvirenti gli aveva spiegato quanto fosse grave la situazione e l’ambulanza era partita per il Meyer. Mikel aveva vomito e diarrea. Qualche giorno prima era stato visitato all’ospedale pediatrico di Massa per problemi al cuore. A Pontedera il bambino fu sottoposto a flebo per reidratarlo con una soluzione salina. Poi passarono al sondino gastrico perché non trovavano con facilità le vene e il corpicino rischiava di essere tormentato inutilmente. «Nell’ambulanza c’era anche la mamma – ha proseguito Belcari –. Arrivati a Santa Croce sull’Arno il piccolo peggiorò. Andò in arresto cardiaco. A quel punto procedetti con l’accesso infraosseo. Non era una situazione semplice. Sballottati nell’ambulanza con il rischio di trapassare le ossa che nelle gambe di un bimbo di quattro mesi sono davvero sottili». Al Lotti non c’era lo strumento - un piccolo trapano - per l’intervento d’urgenza. Sull’ambulanza sì. «Arrivati sul ponte dell’Indiano a Firenze l’ambulanza faceva fatica ad andare avanti per il traffico – ha aggiunto il medico –. Il bimbo era andato di nuovo in arresto cardiaco. Nel frattempo avevo avvertito il Meyer e quando siamo arrivati, dopo una decina di minuti, erano tutti schierati all’ingresso. Lo hanno rianimato per un’ora. Ma non ce l’ha fatta. Sono stati momenti davvero drammatici». Prossima udienza a ottobre per sentire altri testi. —

Pietro Barghigiani

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