Sicurezza
Cimici e telecamere in casa dell’ex moglie manager a processo
È accusato di interferenze illecite nella vita privata La donna lo querela dopo aver scoperto di essere spiata
pisa. Un controllo totale su quella destinata a essere l’ex moglie. Ma anche la volontà di carpire segreti e situazioni che avrebbero potuto tornare utili in sede di separazione. Importanti per l’autore di una serie di installazioni, tra cimici e telecamere, che avevano trasformato la casa familiare in un “Grande fratello” domestico. A beneficio di un marito più invadente che geloso.
Con l’accusa di interferenze illecite nella vita privata, un manager del settore moda di 49 anni, residente nel comprensorio del cuoio (omettiamo il nome per tutelare la parte offesa, ndr), è sotto processo davanti al giudice Beatrice Dani (pm onorario Massimiliano Costabile). Ieri sono stati sentiti l’investigatore della polizia postale che ha svolto le indagini dopo la querela della donna e il consulente dell’imputato, il cui intervento si è basato sulla potenzialità degli apparati installati nell’abitazione. «Erano talmente deboli che non si sentiva nulla» è stato la sua analisi. Di fatto ammettendo che gli apparecchi per filmare e captare voci e suoni erano, comunque presenti nella casa della coppia.
Quando i due, all’apice di una crisi ritenuta irreversibile, si sono lasciati, la donna ha continuato a vivere nell’abitazione familiare. Pensava di aver interrotto ogni contatto con il futuro ex marito. Si è accorta che non era così quando si è imbattuta in una microspia. E poi in minuscole telecamere. Un armamentario tecnologico dislocato in parecchie stanze, dal bagno alla camera da letto. Sorpresa per quella sequela di orecchie e occhi elettronici che l’accompagnavano in ogni istante della sua permanenza in casa, la donna si è rivolta alla polizia postale.
Gli investigatori telematici sono riusciti a risalire all’ex marito contestandogli l’installazione dei sistemi di controllo all’insaputa del coniuge, spiata anche nella sua intimità. Il manager rischia una pena da 6 mesi a 4 anni per aver usato «strumenti di ripresa visiva o sonora, procurandosi indebitamente notizie o immagini attinenti la vita privata». —
Pietro Barghigiani
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