La protesta
Romeno non vuol finire in cella nel suo Paese «Condizioni disumane»
PONTEDERA. «Non voglio andare in un carcere romeno. Lì si sta male. Ci sono condizioni disumane per i detenuti». L’appello di Cornel Constantin Stroilà, 36 anni, che in patria aveva combinato diversi guai collezionando una condanna a 6 anni per frodi informatiche, non ha impietosito gli ermellini della Cassazione.
«Può essere estradato, nelle prigioni del suo Paese sono rispettati gli standard di legge» è stata la risposta della Suprema Corte al ricorso dell’uomo contro la decisione della Corte d’Appello di rimandarlo in Romania dove lo attendono per scontare la pena per la clonazione di numerose carte di credito in un giro di caratura internazionale. Fu la polizia nel settembre 2018 ad arrestarlo a Pontedera dove viveva da anni con un nome falso. Una lite in famiglia fece entrare gli agenti in casa. Lo trovarono nascosto nell’armadio in camera della figlia. E per quel reato - possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi - è in carcere a Pisa. Una volta definita la posizione per aver usato una carta d’identità farlocca, Stroilà tornerà nel suo Paese. Il romeno ha chiesto di restare in Italia perché non si fida delle condizioni carcerarie del suo Paese. La risposta della Corte d’Appello, fatta propria dalla Cassazione, esclude questo rischio. «Acquisite le richieste informazioni complementari dallo Romania – si legge nel verdetto - la Corte d'appello di Firenze, con sentenza del 25 marzo 2019, ha disposto la consegna allo Stato della Romania di Stroilà ritenendo che le condizioni carcerarie riservategli consentono, in concreto, di escludere la sottoposizione a trattamenti inumani e degradanti». —
P.B.
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