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campione In sella alla bici 

Michele Bartoli, l’eleganza nel “rapinatore” di classiche

Paolo Falconi
Michele Bartoli, l’eleganza nel “rapinatore” di classiche

Le corse di un giorno erano preda del corridore nato a San Giovanni alla Vena che si esaltava in Belgio: «Il tifo dei connazionali mi dava una carica speciale»

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Se non avesse fatto il corridore, quale disciplina sportiva avrebbe praticato, Michele Bartoli?

«Nella famiglia in cui sono nato e cresciuto, potevo fare solo e soltanto il corridore. Non avevo scelta». Già, anche per il nome che si porta addosso, ricordo di un grande del pedale come Michele Dancelli. Il padre Graziano ne andava pazzo a vederlo correre, e al primo figlio che gli sarebbe nato, aveva detto che Michele gli andava ad asso. Detto fatto.

Così il piccolo Michele Bartoli si mise subito in sella, guidato proprio dal padre che è arrivato fino a essere un discreto Dilettante dell’epoca e che anche in età avanzata si scala il Monte Serra con buona facilità. Parte da Lugnano. Fa la salita del Termine, e poi dalla piazza di Buti è tutta un’ascesa fino alle antenne. Ecco, Michele è cresciuto in questo clima.

Nasce il 27 maggio 1970 ed è stato professionista dal 1992 al 2004, diventando tra i migliori interpreti delle corse in linea di un giorno. Cominciò a correre in bicicletta a otto anni, e nelle categorie giovanili vinse più di 200 gare. Passò professionista l'8 agosto 1992, facendo il debutto nella Clásica San Sebastián, mentre ottenne la prima vittoria l'anno dopo aggiudicandosi la tappa di Palermo alla Settimana Siciliana. Era il 20 febbraio: «Di sicuro è stato il giorno più bello della mia carriera: la prima vittoria da professionista – dice – Non che le altre vittorie siano di secondo piano, ma la prima...».

Si esaltava nella “campagna del Nord”, le corse in Belgio, Olanda e nord Francia a primavera. E ancora oggi ricorda l’emozione nel transitare sulle strade di Liegi con alle finestre i tricolori. Segno della massiccia presenza di emigrati italiani. «Quei connazionali meritavano tutto il mio impegno, lo sentivo, e mi dava una carica del tutto speciale».

Così, a Michele Bartoli, gli venne affibbiato il soprannome di Leoncino delle Fiandre (diminutivo dell'appellativo affidato al belga Johan Museeuw, suo rivale e poi compagno di squadra, e ancor prima a Fiorenzo Magni). E proprio la corsa delle Fiandre nel 1996 la vinse in solitaria; poi le due Liegi-Bastogne-Liegi: quella del 1997, in cui batté Laurent Jalabert, e quella del 1998; e poi la Freccia Vallone del 1999 sotto la neve e dopo 80 km di fuga, quindi l'Amstel Gold Race del 2002.

Il miglior piazzamento alla Milano-Sanremo, invece è il quinto posto del 1995. Mentre il Giro di Lombardia, la Classica delle foglie morte con cui si chiude la stagione, lo vide sfrecciare per primo sulla fettuccia del traguardo per due anni consecutivi: il 2002 e il 2003.

Era bello vederlo correre, stilisticamente perfetto, pancia parallela all’asfalto che scorreva veloce sotto le pedivelle. Elegante. Ma anche un vero guerriero nelle gare di un giorno. Alla partenza, quando c’era lui, gli altri del gruppo avevano ben poco da sorridere, immaginando già quale potesse essere il finale della corsa. Al Giro d'Italia, partecipò per tre volte vincendo due tappe, nel 1994 a Lienz e nel 1998 a Schio, e vestendo per un giorno, nell'edizione del 1998, la maglia rosa di leader della classifica generale.

Non riuscì invece mai a conquistare il campionato del mondo su strada, pur essendo stato in più occasioni il capitano della Nazionale italiana: erano gli anni, quelli, in cui nella Italbici si parlava davvero toscano, a cominciare dal ct, il gran maestro Alfredo Martini. E in maglia azzurra, oltre a Bartoli c’erano Andrea Tafi, Luca Scinto, Massimo Donati. E anche Franco Ballerini e Fabrizio Guidi, a seconda delle caratteristiche del percorso. Si piazzò terzo nelle edizioni iridate del 1996 a Lugano e 1998 a Valkenburg, quarto nel 2000 e decimo nel 1997. Fu peraltro ottavo nella prova in linea dei Giochi olimpici di Atlanta 1996 e quarto in quella di Sydney 2000, nonché campione italiano in linea a Trieste sempre nel 2000.

In gruppo aveva molti amici? Con chi “legava” di più? «Di amici ne avevo parecchi, logicamente fra toscani andavamo d’accordo. Con molti di loro, come Tafi e Scinto, ci si trovava anche sulle nostre strade ad allenarsi insieme. E anche con Rolf Sørensen che toscano non è ma è cresciuto sportivamente su queste strade, mi sono trovato molto bene».

Michele, nella sua carriera da prof, ha corso tra le file della squadra danese Csc, ma in precedenza aveva vestito le gloriose casacche della Mercatone Uno, Mg Maglificio, Asics, e delle super corazzate Mapei e Fassa Bortolo. Schieravano i migliori rappresentanti del pedale e le vittorie fioccavano su qualsiasi tipo di percorso. E Michele Bartoli c’era sempre. —

Paolo Falconi

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