La protesta
Diciannove eroi-donatori tengono in vita Jamal
pontedera. Jamal ha trent’anni e viene dalla Nigeria. È arrivato in Italia clandestinamente e non ha il permesso di soggiorno. Abita a Pontedera, insieme ad altri suoi connazionali, ed è affetto da una grave patologia ereditaria: l’anemia drepanocitica, una malattia del sangue congenita, in cui i globuli rossi assumono la forma di falce, ben diversa dalla loro forma classica ovoidale. Questo fa sì che essi più facilmente tendano a rompersi all’interno dei vasi sanguigni e allo stesso tempo creino intoppi nella circolazione provocando improvvise e violente crisi di dolore in tutto il corpo, sia muscolari che articolari, con rischi anche mortali qualora la trombosi avvenga a livello cerebrale o polmonare.
Jamal ha scoperto soltanto un anno fa la sua malattia: è stato un medico del pronto soccorso di Pontedera, che lo aveva visto tornare per l’ennesima volta con inspiegabili e lancinanti crisi dolorose, a intuire la diagnosi giusta e a chiedere la consulenza dell’ematologo.
Da allora ha iniziato la terapia all’ospedale di Livorno e la sua vita è cambiata: se oggi i dolori sono quasi scomparsi e il rischio di un ictus o di un trombo letale si è quasi azzerato è grazie al cuore di un gruppo di livornesi, che mese dopo mese lo tengono in vita donandogli il proprio sangue. «La cura consiste nell’eliminare i globuli rossi malati e sostituirli con globuli rossi sani per evitare crisi emolitiche – spiega la dottoressa Silvia Cerretelli, braccio destro del primario Piero Palla al Centro Trasfusionale di Livorno –. Il nodo però è trovare i globuli rossi compatibili».
L’impresa non è stata facile: «Il paziente è uno zero positivo con caratteristiche rare per la nostra razza caucasica – continua Cerretelli –. In più, in passato, aveva già subìto diverse trasfusioni, il che aveva portato ad una immunizzazione, vale a dire allo sviluppo di anticorpi gruppo-ematici che restringevano ancor più la ricerca delle sacche ideali. Quando siamo andati a cercare nella nostra banca dati abbiamo trovato soltanto 19 donatori con le caratteristiche adatte».
A complicare le cose c’è stata anche la questione amministrativa: il paziente infatti è un immigrato clandestino, senza permesso di soggiorno e non parla una parola di italiano. «Per poter effettuare la terapia è stato attivato il consolato della Nigeria e i legali della rappresentanza diplomatica hanno prodotto la documentazione necessaria perché potessimo evadere in modo corretto la pratica amministrativa e curarlo», spiega Cerretelli. Come se ciò non bastasse, Jamal ha una forma di patologia medio-grave e per curarlo serve tanto sangue. «Ha bisogno di 10 sacche ogni 90 giorni, ma capita anche che gli facciamo trasfusioni con una cadenza di 50-60 giorni – racconta la dottoressa Cerretelli –. Per questo motivo abbiamo contattato tutti i 19 donatori compatibili. La telefonata per motivarli a donare è stata diversa rispetto a quella classica: abbiamo reso consapevoli i potenziali donatore che c’era un paziente con una situazione di criticità. La risposta è stata eccezionale: tutti e 19 sono venuti a donare e poi sono tornati».
Pur senza conoscerlo e senza mai averlo visto in faccia - nel rispetto dell’anonimato previsto dalla legge - questi 19 livornesi sono diventati dei fratelli di Jamal. «Investiti in prima persona della responsabilità della vita di un uomo non hanno mai fallito un appuntamento – ricorda Cerretelli –, anzi tra una donazione e l’altra sono tornati a donare anche il plasma». —
Giulio Corsi
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