Il dolore
Avvocatesse a processo rischio prescrizione
Accusate nel 2012 da padre e figlio, imprenditori conciari Ieri ha testimoniato la segretaria. Nuova udienza a luglio
SANTA CROCE. È andato avanti, con la testimonianza della segretaria dello studio legale, il processo contro due avvocatesse finite a giudizio per i reati di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità. L’udienza di ieri davanti al giudice Beatrice Dani è servita alla difesa per spiegare quella che era l’organizzazione dello studio legale. Alle udienze precedenti le parti offese si sono costituite parte civile e sono pronte a chiedere un risarcimento del danno. A processo ci sono due professioniste con studio a Santa Croce sull’Arno, Monica Calò, 50 anni, di Santa Croce sull’Arno, e la collega, Barbara Lemmi, 51 anni, di Buti, difese dall’avvocato Anna Francini.
L’accusa sostiene che le due avvocatesse hanno falsificato una procura a loro favore per conto di due clienti. Si tratta di padre e figlio, imprenditori del settore conciario, assistiti dall’avvocato Michele Cieri di Firenze. La storia risale al 2012, ma il processo si sta trascinando stancamente dopo una lunga fase di indagini. E la mannaia della prescrizione incombe sul processo, tanto che le parti offese più volte hanno denunciato le lungaggini della vicenda giudiziaria. Tra l’altro le due professioniste sono state rinviate a giudizio anche per un’altra vicenda dopo la querela presentata da un loro collega di Pisa.
I due imprenditori vantavano un rilevante credito nei confronti di un’azienda locale e si erano rivolti a una delle due professioniste. La causa non era andata a buon fine e quando i clienti avevano ritirato i documenti per cambiare difensori e presentare ricorso in appello si erano accorti che agli atti c’era un mandato speciale, cioè una procura a rappresentarli, che i due non avevano mai firmato. Quella carta, a loro insaputa, sempre secondo quanto sostiene l’accusa, dava mandato a rappresentarli anche all’avvocatessa, sempre dello stesso studio professionale. Insomma, l’avvocatessa poteva trattare in nome e per conto dei clienti lasciandoli all’oscuro. Al processo gli imprenditori hanno dichiarato di non conoscere questa seconda avvocatessa che li avrebbe rappresentati nella causa.
L’udienza è stata aggiornata a luglio quando saranno sentite le due professioniste, pronte a difendersi dalle accuse, sostenendo che i clienti erano al corrente di questo “passaggio di consegne” all’interno dello studio legale. –
S.C.
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