Attenzione
«Pecore in quei terreni mai successo niente»
Il gregge di Chiara Tatti ha pascolato nell’area fino a ottobre La mamma: «Da quei prati ricavavamo anche fieno»
VOLTERRA. «Ci hanno chiesto se avevamo notizie sulle morti dei cavalli. Ma non abbiamo assolutamente idea». Caterina e Chiara, mamma e figlia. Eredi di Antonio Tatti, uno dei pastori che negli anni ha portato al pascolo le pecore nell’area di confine tra Volterra e Casole d’Elsa. Compresi i terreni dell’attuale centro di recupero dell’Italian horse protection (Ihp) dove sono avvenuti gli strani decessi dei cavalli.
Una villetta a due piani con una costruzione vicina in cui si trovano alcuni appartamenti che vengono affittati ai turisti, un capannone e un gregge nel pascolo vicino alla proprietà lungo la Sp 52 che dalla strada regionale 68 porta nel Senese. Questo è il primo segno di vita nel territorio di Casole. Le due donne a pranzo cadono dalle nuvole mentre riflettono su quanto accaduto lì vicino. «Ho portato le pecore a pascolare in quei terreni fino a ottobre – racconta Chiara Tatti –. Poi ha cominciato a piovere e non ci sono più andata. Anche perché sapevo che stava per arrivare un’associazione che gestisce cavalli». Mai un problema tra quelle colline. «Mio marito – s’inserisce Caterina Tatti – le portava sempre da quelle parti. Anzi, ricavavamo anche il fieno da quei campi. In quel punto c’era un allevamento di cavalli e prima ancora di pecore e mucche. Chissà cos’è successo. Non me lo spiego».
Carabinieri forestali e autorità sanitarie non escludono nessuna pista, neppure quella di un avvelenamento avvenuto per mano dell’uomo. Magari di qualcuno che vuol danneggiare la onlus presieduta da Sonny Richichi. «Io non credo che si possa arrivare a tanto», dice la signora Caterina mentre si sorregge il mento con aria pensierosa.
Se la famiglia Tatti confina con l’Ihp a valle, nel territorio di Casole d’Elsa, a monte, c’è l’azienda casearia dei fratelli Carai. Un nome molto famoso tra i pastori del Volterrano. Ma anche qui di possibili spiegazioni, fatalmente, non ne arrivano. «Ho 1.200 pecore – dice Giuseppe Carai –. Come sempre più spesso accade, possono essere uccise dai lupi o da predatori che girano da queste parti. Altrimenti non muoiono per nulla». Come dire, una spiegazione a questi decessi misteriosi c’è sicuramente. E bisogna trovarla in fretta.
La famiglia Carai ha il gregge a Ponsano, che dista tre chilometri da Tignano, la località in cui si trova l’Antico Borgo, nella cui area opera la onlus Italian horse protection. «Il latte lo produciamo qui, ma abbiamo anche il podere I Cerri, anche questo confinante con Tignano – sottolinea l’allevatore –. Non mi sono accorto di nessuna situazione strana nel periodo delle morti dei cavalli. Ma non so darmi una spiegazione che non sia riferita a qualcosa che hanno mangiato e che abbia provocato quei casi di decessi così strani». Un’ipotesi d’indagine riguarda anche i terreni ed un’eventuale presenza di inquinanti dopo sversamenti abusivi. Ma Carai non ha mai sentito racconti del genere in quella zona. «Credo proprio di poterlo escludere», afferma prima di tornare al camino di casa dopo la classica mattinata di duro lavoro che solo un pastore riesce a sopportare. —
A.Q.
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