Trasporti
In carcere da innocente, niente risarcimento
La Cassazione respinge il ricorso di un 34enne processato e assolto per l’incendio di una camionetta dei carabinieri
san miniato. Nessun risarcimento per aver trascorso tre anni e quattro mesi tra carcere e domiciliari e poi aver ottenuto un’assoluzione piena «per non aver commesso il fatto».
Lo ha deciso la Cassazione respingendo il ricorso di Carlo Seppia, 34 anni, nato a Pisa, per anni residente tra San Miniato e Palaia.
Seppia aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva rigettato una richiesta danni sui 350mila euro per ingiusta detenzione.
In cella da innocente dopo essere stato processato e assolto in via definitiva dall’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e devastazione. L'episodio da cui erano iniziate le disavventure giudiziarie del 34enne era avvenuto in piazza San Giovanni a Roma il 15 ottobre 2011 in occasione della manifestazione degli Indignados.
Una camionetta dei carabinieri incendiata con un militare ferito e trasportato in ospedale. Seppia era sul posto, immortalato in una foto e in diversi filmato in cui veniva ritratto nel lancio di un liquido contenuto in una bottiglia di plastica. Lui ha sempre sostenuto che fosse Coca Cola.
Per la Cassazione il ricorso è infondato perché «sebbene non sia stata ritenuta raggiunta la prova certa della commissione, da parte dell'odierno ricorrente, dei reati a lui ascritti, tuttavia gli elementi posti a base della misura cautelare a lui applicata indicano che egli pose in essere un comportamento francamente suggestivo di una sua compartecipazione (quanto meno morale) ai violenti moti di piazza in corso e agli atti di devastazione posti in essere quel giorno: risulta infatti con certezza che il Seppia si avvicinò alla camionetta dei carabinieri (che era in fiamme, non si sa se prima o a seguito dell'avvicinamento dell'odierno ricorrente), che versò un liquido non meglio precisato in direzione della stessa e che contemporaneamente agitava le braccia in un gesto facilmente interpretabile come di incitamento all'azione rivolto agli altri manifestanti. Sulla scorta di tali elementi sintomatici, può convenirsi con la Corte distrettuale che il Seppia, nell'occasione, tenne un atteggiamento adesivo e, anzi, almeno apparentemente cooperativo rispetto alle azioni violente poste in essere nel corso della manifestazione».
Non solo. Per la Suprema Corte «non può dirsi logico, né normale, né agevolmente spiegabile in termini alternativi, l'atto di avvicinarsi a un veicolo delle forze dell'ordine (anche laddove esso fosse stato già in fiamme) e di gettare in direzione dello stesso un liquido (la cui natura non è stata mai accertata); e il gesticolare all'indirizzo degli altri presenti ben poteva essere inteso, in tale contesto, come un gesto finalizzato a sollecitarne l'azione violenta». La misura cautelare, quindi, per la Cassazione era giustificata e i tre anni e 4 mesi di cella e domiciliari non rappresentano un’ingiusta detenzione da dover risarcire. —
Pietro Barghigiani
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