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Dini, l’ingegnere che sogna una colonia lunare in 3D

Giacomo Pelfer
Dini, l’ingegnere che sogna una colonia lunare in 3D

Davanti agli studenti dell’Iti, l’imprenditore ha ricevuto il Premio Leonardo  e descritto le tappe del suo lavoro tra cui il progetto dell’Agenzia spaziale europea 

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CASCINE DI BUTI. La sfida nell’immediato sarà passare dalle semplici sculture alle vere e proprie case, realizzando abitazioni costruite come un unico grande pezzo. Il sogno a lungo termine, invece, sarà di fare altrettanto sulla Luna, usando la tecnologia della stampa 3D per costruire la prima colonia umana. Un progetto che può sembrare fantascienza ma che in realtà esiste già, elaborato a partire da una tecnologia nata e sviluppata in provincia di Pisa, all’interno di un capannone nella zona artigianale di Cascine di Buti. È qui che nel 2008 l’ingegnere Enrico Dini, nato a Pontedera e laureato in ingegneria civile a Pisa, ha dato vita insieme al fratello Riccardo alla prima architettura al mondo creata con la stampa a tre dimensioni: una cosiddetta radiolaria, una sorta di guscio scheletrico che in pochi anni ha innescato la corsa all’edilizia digitale.

Per questo il Comune di Buti ha deciso di dedicare proprio a Dini e alla sua azienda, la D-Shape, il premio “Leonardo da Vinci” istituito per il 500esimo anniversario dalla morte del genio toscano. Ieri, di fronte a una platea di studenti dell’Iti “Marconi” di Pontedera, “l’uomo che stampa le case” (come l’ha definito la stampa britannica) è arrivato al Teatro della Vittoria per raccontare nascita e prospettive di «un settore che sarà il futuro dell’architettura». L’idea di partenza, elaborata a partire dal 2004, è stata quella di applicare il sistema della stampa 3D all’edilizia, realizzando una stampante che fosse in grado di stendere sabbia e materiale legante.

«In linea di principio – ha spiegato Dini – qualunque materiale granulare può essere fissato col giusto legante. Noi siamo partiti con sabbia e cloruro di magnesio, mentre adesso siamo in grado di stampare il calcestruzzo spruzzando cemento in forma liquida».

In pratica, usando una struttura in acciaio simile ai palchi dei concerti, è possibile far muovere la stampante verso l’alto: attraverso appositi ugelli, la stampante deposita il materiale inorganico rilasciando il collante nelle aree da fissare. Alla fine, togliendo il materiale non fissato, si svela l’oggetto elaborato al computer. Con questo sistema, i fratelli Dini hanno stampato nel 2008 la prima architettura digitale, seguita dalla realizzazione, insieme all’Università di Pisa, della prima casetta esposta alla Triennale di Milano.

«Quell’opera, passata quasi sotto silenzio in Italia – ha detto Dini - ha innescato nel resto del mondo una vera e propria corsa di cui noi siamo stati gli starter». Da allora, però, la D-Shape non è stata a guardare, realizzando una barriera corallina artificiale in Bahrein e partecipando al progetto del Principato di Monaco per la realizzazione di moduli di ripopolamento ittico, insieme a quello per la ricostruzione dei monumenti di Palmira e alla realizzazione di una villa in Sardegna ispirata all’architettura di Gaudì. Nel 2017, invece, l’azienda ha collaborato alla costruzione del primo ponte in 3D in Spagna. «Con questa tecnologia si possono realizzare architetture pazzesche», ha aggiungo l’ingegnere, mostrando le immagini della colonia che un giorno potrebbe essere stampata sulla Luna usando la sabbia della superficie, come prevede un progetto dell’Agenzia spaziale europea a cui Dini ha collaborato. —

Giacomo Pelfer

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