Il Tirreno

Pontedera

Non si arrese ai tedeschi, dopo 76 anni la famiglia riceve la medaglia d’onore

di Marco Sabia
ll libretto di riconoscimento di Pio Bellini quando era internato, l’unico documento in suo possesso in quel periodo
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ll libretto di riconoscimento di Pio Bellini quando era internato, l’unico documento in suo possesso in quel periodo

Pio Bellini venne fatto prigioniero, internato e costretto ai lavori forzati. Ai due figli il riconoscimento alla memoria

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CASTELNUOVO. Una storia che trova la sua fine ideale oltre 70 anni dopo, col conferimento di una medaglia d’onore (conferita dal presidente della Repubblica) per un soldato fatto prigioniero dai tedeschi, grazie anche alla perseveranza della famiglia dell’uomo. Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo tornare al 7 settembre 1923, quando Pio Bellini nasce a Castelnuovo Val di Cecina, nemmeno un anno dopo la Marcia su Roma; nel 1942 è di leva, quando riesce a fare ritorno a casa. Nemmeno il tempo di rilassarsi un attimo che viene richiamato alle armi e assegnato al 9° Reggimento Lancieri a cavallo e spedito di nuovo a Ferrara nella Divisione Firenze. Giusto il tempo dei preparativi e Pio finisce su una nave, direzione Albania, dove gli italiani stanno combattendo con non poche difficoltà.

Mussolini, infatti, fu costretto a chiedere aiuto a Hitler per soggiogare i ribelli albanesi. Pio, che non sa di soffrire il mal di mare, affronta un viaggio terribile fino allo sbarco a cavallo a Durazzo.Il giovane soldato viene assegnato al corso mortai e gli viene insegnato come utilizzare questo pezzo d’artiglieria che grazie alla sua traiettoria a parabola evita gli ostacoli diretti, come alberi o muri. La guerra contro i ribelli, fatta di alti e bassi, va avanti; poi, nel ’43, arriva l’armistizio e l’esercito italiano viene lasciato in balia degli eventi. Chi si arrende, chi decide di combattere contro gli ex alleati; fra questi c’è anche la Divisione Firenze dove Pio è assegnato, ma alla fine molti commilitoni vengono catturati e fatti prigionieri dai tedeschi, per poi essere deportati. Il viaggio, stavolta in treno, è devastante: i prigionieri sono costretti a fare i propri bisogni nell’elmetto, per poi buttarli fuori dai finestrini. Gli italiani pensavano che sarebbero stati riportati in Italia ma chiaramente non sarebbe potuto accadere.

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Al momento di scendere dal treno i tedeschi fanno due gruppi: da una parte quelli forti e alti, dall’altra quelli più gracili; Pio finisce nel primo gruppo e viene destinato ai lavori forzati, degli altri non si sa cosa sia accaduto, anche se è facile immaginarselo. Pio finisce nel piccolo campo di Fraureuth, un paese a circa 100 chilometri da Dresda, dove i prigionieri lavorano dalla mattina alla sera: a spalare le macerie dei bombardamenti, in miniera, nelle fabbriche. Dal campo il giorno vengono trasferiti in fabbrica, a costruire cuscinetti e parti meccaniche per aerei, poi la sera rientrano e zitti. Pio rimane prigioniero fino al maggio 1945, quando viene liberato con gli stessi vestiti che aveva addosso al momento della cattura. La prigionia è finita, l’incubo no: riesce ad arrivare a Firenze, poi prende il treno per Cecina e infine la littorina per Saline; da lì a piedi fino a casa, a Castelnuovo, dove trova pure un passaggio da un camionista. A pochi passi da casa incontra un amico, che lo riconosce e che va ad avvertire la madre di Pio che il figlio era ritornato. «Non voleva che a mia madre prendesse un colpo», raccontava Pio. Il quale mette al mondo due figli e nel 2017 viene a mancare. E qui inizia il secondo capitolo di questa vicenda: la figlia già da anni ha deciso di ricostruirne la storia, a partire dal libretto identificativo del prigioniero. Quella sigla Imi (Internati militari italiani) le martella la testa.

Anche perché vorrebbe che al padre venisse assegnata la medaglia d’onore: ci mette anni ma alla fine ci riesce, perché il prossimo 27 gennaio – in occasione della Giornata della Memoria – Leda Bellini e il fratello Fausto Bellini riceveranno in prefettura (hanno optato per la consegna in questa sede) il riconoscimento in memoria del padre internato.

Che, come tanti prigionieri dei nazisti, non riusciva a raccontare quello che aveva vissuto, come se volesse confinare in un cassetto chiuso a chiave della sua memoria l’orrore della prigionia.
 

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