Il Tirreno

Pontedera

la testimonianza 

«Credevo fossero martellate, non spari»

A.Q.
«Credevo fossero martellate, non spari»

Un vicino di casa ha sentito i colpi di arma da fuoco «Ero in garage, pensavo che qualcuno facesse dei lavori»

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MONTOPOLI VALDARNO

«Ho sentito quattro o cinque colpi forti. Chi andava a pensare che a Casteldelbosco potesse succedere una cosa del genere?». Il vicino di casa di Giuseppe Marchesano preferisce mantenere la privacy e chiede che non venga riportato il suo nome. Ma è tra i testimoni più importanti dell’omicidio del 27enne.

Almeno per la collocazione temporale. «Era venerdì intorno alle 21 – dice –. Mi trovavo dentro il garage di mio padre che si trova a pochi metri dalla casa di Marchesano. Effettivamente il suono poteva far supporre che si trattasse di spari. Ma io ho pensato fosse qualcuno che stava facendo lavori in casa e che stesse tirando colpi di martello. Se fosse stato più tardi sarei uscito per capire cosa stesse accadendo».

Il paese nel territorio comunale di Montopoli Valdarno è sconvolto. Due mamme chiacchierano vicino a via di Dietro, dove si trova la casa in cui è stato trovato morto il perito meccanico. «Abbiamo paura – dicono –. Un fatto così grave, in un paese come il nostro è sconvolgente. Non ci sentiamo sicuri e temiamo per i nostri figli».

Una reazione comprensibile, ma anche un po’ dettata dal trambusto che ha attraversato la frazione situata lungo la Tosco Romagnola. E proprio in mezzo al centro abitato si trova la piccola traversa di via Arno, strada dove ieri mattina non si parlava d’altro. Dall’altra parte della direttrice verso lo svincolo della Firenze-Pisa-Livorno c’è il bar pizzeria “La Piazzetta”. La titolare, Laura Briga, conosceva Giuseppe Marchesano. «Veniva spesso a fare colazione o a mangiare la pizza – spiega –. Era un ragazzo cordiale, ma riservato, timido. Era gentile e molto ben educato. Sembra impossibile possa essere rimasto vittima di un fatto simile».

La donna vedeva spesso il 27enne in compagnia di amici. «Venivano a prendere la pizza e la portavano a casa di Giuseppe per mangiarla – racconta –. Altre volte, invece, cenavano qui. Era spesso insieme a ragazzi che hanno tutta l’aria delle persone perbene. Così come era Giuseppe». Alcuni dei suoi amici che più lo frequentavano sono gli stessi che sono andato a cercarlo perché non si era presentato venerdì sera a cena. Trovandolo poi morto in casa sua il giorno successivo all’omicidio.

Nella giornata di ieri, quando la notizia si è diffusa sui maggiori siti d’informazione, sulla pagina Facebook di Giuseppe sono apparsi alcuni messaggi di amici. «Amico mio, è da stamattina che ti penso – ha scritto Serena Mugnai –. Che mi chiedo come sia possibile. Che non ci credo. Che aspetto di sentirti dire “Sere! C'hai creduto eh!”. E invece qui le ore passano e tu non ti fai sentire. E ogni minuto che passa rende tutto reale. Vero. Terribile. Un incubo ben più mostruoso di quello che ti ho tatuato addosso; perché morire a 27 anni non è giusto. Essere ammazzati a 27 anni è un abominio. È qualcosa che non si può accettare. Non si deve. È da stamattina che ti penso e ancora non ci credo. Non voglio crederci amico mio...». —A.Q.

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