Il dolore
Anche i campioni piangono: Luperini e Bartoli al capezzale della loro “palestra”
Fabiana: per me è come un familiare, non lo posso pensare mutilato. Michele: ti dava sempre forza e coraggio
Paolo falconi
Millequattrocento ettari di devastazione, una strada provinciale che non apre più le vene. Un doppio disastro per i corridori e i ciclisti che salivano sul Serra in bici. Quel monte è come un familiare. Con cui ti misuri e ti confronti se vuoi migliorare nelle competizioni. Da lui ascolti i consigli che sa proporti senza fare neppure lunghi discorsi. In allenamento.
Fabiana Luperini, per esempio, è cresciuta come donna e atleta sui quei tornanti. Quelli che salgono dalla parte di Calci, quelli che si inerpicano dalla sua Cascine di Buti e gli altri che montano da Sant’Andrea di Compito.
«Non posso immaginare il mio monte così mutilato. Mi sembra impossibile. È davvero come un familiare per me, tutte le volte che l’ho fatto per allenarmi». Aveva 8-9 anni quando iniziò e ora ne ha 44, pensate un po’. Almeno 2-3 volte a settimana in tempi di allenamento. «Lì ho costruito tutta la mia carriera. Devo dire grazie a quelle strade e a quel monte se ho messo in riga tante avversarie proprio quando le strade del Giro e del Tour iniziavano a salire sotto i pedali».
E un grazie glielo deve dire pure Michele Bartoli che da Cucigliana di San Giovanni alla Vena saliva in bici e si “sparava” un po’ di Serra: «Una volta al giorno il Serra ti dà forza e coraggio. Che fanno 4-5 volte a settimana. Beh – dice Bartoli – per farla breve diciamo che almeno 150 volte all’anno diventava la mia palestra».
Per dirla tutta, su quei chilometri che salgono fino a diventare un delizioso balcone sulla piana di Pisa verso il mare da una parte, i contrafforti di Volterra e i soffioni, e la piana di Pistoia e Luca dall’altra, si sono “divertiti” anche Marco Pantani e Jan Ullrich. Ma anche Maximilian Sciandri, Luca Scinto, Paolo Fornaciari, e qualche volta il povero Franco Ballerini.
Manuele Mori, che è di Molino d’Egola, e anche per lui è da sempre una palestra, ha detto che la scorsa settimana, in occasione del Giro della Toscana, era la prima volta che affrontava il Serra in una gara ciclistica. «In effetti – dice Bartoli – sono poche le occasioni in cui il monte può essere teatro di una corsa. Io ricordo di averlo fatto una sola volta da dilettante». Mentre per la Luperini fu terreno di conquista nel 2008 quando «in maglia tricolore vinsi il mio ennesimo Giro d’Italia donne».
Il pass per le corse che contano, il Monte Serra, proprio scalato dalla parte di Calci, l’ha rilasciato anche la scorsa settimana a due “indiziati” per il mondiale di domenica a Innsbruck: tali Domenico Pozzovivo e Gianni Moscon. Proprio il trentino della Sky, che poi ha vinto sul traguardo di Pontedera ebbe a dire: «Questa salita ti mette alla prova. Farla tre volte è stato veramente impegnativo».
Infatti Michele Bartoli ricorda che l’ha iniziata a pedalare quando era avviato, non nelle categorie giovanili: «Avrò avuto 17-18 anni quando la provai la prima volta. Fino ad allora mi era stato detto di non farmi del male». Forse anche il padre Graziano, appassionato e buon corridore fino ai dilettanti, gli dava questa dritta.
Per Fabiana Luperini, inoltre, il Serra non solo e soltanto è la palestra per chi sale in bici. «È un segno di riconoscimento inconfutabile della nostra zona. Quando torni a casa da fuori ti accorgi che sei vicino ad arrivare quando inizi a vedere a il Serra nel panorama che si apre davanti agli occhi. Da qualsiasi punto cardinale giungi».
E come Bartoli chiude: «Questo è un danno enorme. La vegetazione andata in fumo, un patrimonio di inestimabile valore che non c’è più». —
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