Sicurezza
Pronto soccorso, il Comune bacchetta il direttore Colombai
Il primo cittadino: «Gli avevo chiesto di trovare una soluzione al sovraffollamento e avevo ricevuto un impegno, invece ci sono ancora lunghe attese»
PONTEDERA
Non cambia il tono del sindaco, Simone Millozzi, quando dopo quelli del Centro senologico c’è da affrontare i problemi del pronto soccorso dell’ospedale Lotti che ormai sono chiari a tutti. Sovraffollamento e mancanza di personale in primis.
«Ho chiesto al direttore dell’ospedale, Renato Colombai, di trovare una soluzione per il sovraffollamento e avevo ricevuto un preciso impegno in questa direzione. Ma sento ancora dire che ci sono lunghe attese. Se c’è un problema di carenza di personale che si provveda. E se c’è un problema con l’Asl si dica chiaramente perché possa essere affrontata una volta per tutte questa questione».
Anche la Cgil è intervenuta sui guai del Lotti: «Come sosteniamo da tempo, il problema non è solo più legato alla stagione invernale a causa delle patologie stagionali o dei picchi influenzali che mettono a dura prova il nosocomio, ma è strutturale. Assistiamo a queste situazioni sempre più spesso nonostante siamo solo nella stagione estiva, dimostrando ancora una volta che l’ospedale è sottodimensionato per organici e posti letto, oltre al fatto che non può rappresentare sempre l’unica soluzione. Ricordiamo che la Regione Toscana l’inverno scorso ha impegnato risorse economiche a fronte di contenere i picchi influenzali per gli accessi in ospedale». Perché non vengono usate? Perché non si potenziano gli organici? Le scelte, evidentemente, partono più in alto rispetto a Pontedera e le indicazioni sono sempre le stesse: limitare i costi.
«Le ridotte sostituzioni di personale, le mancate sostituzioni per gravidanza, le lunghe malattie di personale con oltre 50 anni d’età di media, i riposi saltati, i richiami in servizio dalle poche ferie concesse e sopratutto il carico di lavoro enormemente aumentato espongono tutto il personale a un continuo e stressante sforzo psico-fisico e ad un possibile rischio assistenziale. È evidente che l’operatore stanco si espone a maggiori rischi di errore clinico assistenziale», afferma Mario Di Maio, per la Funzione Pubblica Cgil.
Altrettanti “buchi neri” sono sul territorio: «I posti letto sono pochi, ma soprattutto mancano le risposte dei servizi territoriali che andrebbero potenziati: assistenza domiciliare, cure intermedie, case della salute, sanità d’iniziativa. Appaiono quindi quantomeno sorprendenti le dichiarazioni dell’Asl quando afferma che si risolve tutto attraverso una riorganizzazione oppure quando sostiene che gli operatori devono sapersi relazionare con i pazienti».
Insomma, la diagnosi è chiara e la patologia evidente. Ora occorre trovare la cura che non può essere solo quella economica. –
S.C.
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