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Pronto soccorso, ore d’attesa prima di essere ricoverati

S. C.
Pronto soccorso, ore d’attesa prima di essere ricoverati

Dopo il caso del 72enne di Ponsacco arrivano segnalazioni di disagi analoghi La figlia di un paziente: «Siamo arrivati alle 14, fino alle 2 neppure una barella»

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PONTEDERA. La protesta della figlia del 72enne rimasto per 36 ore in attesa di un posto letto prima di essere ricoverato all’ospedale Lotti dopo che aveva avuto un ictus, ha aperto la strada e dato coraggio anche ad altri cittadini che hanno subito lo stesso trattamento.

La carenza dei posti letto è cronica per l’ospedale di Pontedera così come per quello di Pisa. I vertici dell’Azienda sanitaria locale e dell’Azienda ospedaliera pisana si trincerano dietro alla necessità dei tagli, ma le giustificazioni non convincono e la politica è chiamata a trovare la soluzione.

«Affinché la protesta della figlia del 72enne non venga considerata una voce fuori dal coro, vorrei portare anche io la mia testimonianza», comincia così il racconto della figlia di un altro cittadino alle prese con lo stesso trattamento. «Mercoledì 11 luglio alle ore 14 circa ci siamo recati al pronto soccorso perché mio padre in seguito ad un forte mal di testa aveva perso sensibilità al braccio destro e alla parte destra del volto. Fortunatamente il problema è stato transitorio, questo ha fatto sì che, visto il recupero completo dei riflessi, a lui fosse assegnato il codice “verde», racconta la donna.

Niente da obiettare sulla valutazione fatta al triage. «Tuttavia siamo restati seduti in sala di attesa fino alle ore 21 circa. Poi la visita, il sospetto di emorragia cerebrale e la prima tac alle 2 di notte. Fino a quell’ora non è stata disponibile neppure una barella su cui farlo sdraiare. Poi la comunicazione della necessità del ricovero e la notizia di non avere al momento posti letto disponibili».

Cosa può provare un familiare in quel momento? «Solo sconcerto e l’impotenza di non avere alternative. Pare che si trovi nella stessa situazione anche l’ospedale di “Cisanello” perché di fronte all’alternativa proposta di portare il paziente a Pisa, ci è stato riferito che la situazione è ancora peggiore. Ciò che mi lascia sconcertata è che non si è trattato di un picco di lavoro relativo ad una giornata particolare al pronto soccorso, vi posso assicurare, perché purtroppo sono stata lì con il mio babbo anche il giorno successivo e la situazione era pressoché analoga. Il corridoio pieno di barelle, con persone doloranti, ed il personale che pur impegnandosi non riesce a sopperire a tale carico di lavoro».

«I pazienti – prosegue la donna – hanno necessità di essere monitorati dai familiari, visto che non dispongono di una collocazione adeguata che consenta loro ad esempio di suonare un campanello per chiedere assistenza. È vero, che le cure mediche vengono somministrate, come ha replicato il direttore sanitario sul giornale, ma il carico di lavoro, il nervosismo che si genera sia nel personale sanitario che nei pazienti e nei familiari crea tensione aumentando la probabilità di errore. Io, purtroppo, non sono nuova ad esperienze di richieste di cure al pronto soccorso, ma ho la sensazione che adesso la situazione sia oltre la capacità umana di sopportazione».

Da qui l’invito al governatore Enrico Rossi a fare qualcosa di concreto.

Anche una cittadina di Cascina si è rivolta al “Tirreno” per raccontare l’odissea da lei affrontata a Cisanello. «Pure a noi, dopo che siamo arrivati a Cisanello il 3 luglio è successa la stessa cosa: 24 ore in barella. E poi mio padre è stato ricoverato in geriatria dopo un ictus e non in neurologia in quanto non c’erano posti letto». –

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