Il Tirreno

Pontedera

Rappresentanti di alcune comunità straniere hanno visitato l’esposizione organizzata grazie al collezionista Panizzi e hanno potuto ammirare le divise delle nazionali di calcio 

Sentirsi a casa per un giorno con la mostra a Palazzo Pretorio

PIETRO MATTONAI
Sentirsi a casa per un giorno con la mostra a Palazzo Pretorio

l’incontro«Il calcio è solo ed esclusivamente divertimento, nessuno fa caso ad altro». Poche parole, semplici ed immediate. A dirle è Manisha Bosamiya, pontederese da quasi vent’anni, indiana del...

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l’incontro

«Il calcio è solo ed esclusivamente divertimento, nessuno fa caso ad altro». Poche parole, semplici ed immediate. A dirle è Manisha Bosamiya, pontederese da quasi vent’anni, indiana del Gujarat («lo stato dove è nato Gandhi», specifica) da una vita. «Lo sport è così – continua –, unisce senza distinzioni sul colore della pelle, delle origini o della religione». È questo lo spirito più profondo dello sport, che nel calcio trova una delle sue manifestazioni globalizzate, che riescono ad azzerare anche migliaia di chilometri e creare un forte senso di comunità.

A Pontedera, grazie alla mostra “Tutte le maglie del mondo” al museo Palp (che rimarrà fino al 31 luglio, con ingresso gratuito), essere più vicini alla propria terra di origine è possibile, visitando quelle stanze che raccolgono, appunto, tutte le casacche di tutte le nazionali di calcio riconosciute dalla Fifa.

«Questa mostra – afferma Liviana Canovai, assessore alla Cultura – è una vera e propria finestra sul mondo, che permette a Pontedera di avere una vista privilegiata su di esso». E proprio perché nessuno fa caso ad altro di fronte allo sport, ieri, quando i tantissimi rappresentanti delle comunità straniere della città hanno visitato la collezione di Simone Panizzi, è stato come se il mondo si fosse tutto concentrato in pochi metri quadrati, senza alcuna barriera, senza alcun muro e senza alcun confine. Nessuna periferia, nessun centro: tutti protagonisti, ognuno attraverso la propria cultura. Questo è il traguardo ultimo dell’integrazione.

Insieme a Floriano Della Bella, consigliere comunale, Fabrizio Brancoli, vicedirettore de Il Tirreno, che è media partner della mostra, e Manisha, che ha posato sotto la casacca della nazionale indiana, c’erano tanti altri. A rappresentare la comunità romena, Adriana Togan, in Italia da tantissimi anni, e che oggi lavora come mediatrice linguistico-culturale in diversi ambiti. «È una mostra che mette insieme tutti i Paesi – commenta – e questa dovrebbe essere la normalità».

Spostandoci verso sud, invece, sono tante le nazionalità che hanno voluto partecipare, facendosi fotografare con la maglietta della propria nazionale. Si parte dal Senegal, la componente più numerosa a Pontedera per quanto riguarda i residenti stranieri, quindi si attraversano Marocco, Algeria, Gambia, Mali, Nigeria, Guinea e Costa d’Avorio.

«Abbiamo apprezzato moltissimo questa iniziativa, – spiega Mamadou Diop, presidente della comunità senegalese della città – che testimonia ancora una volta la forte integrazione sociale e culturale che sentiamo in tutta la città». La forza del calcio è travolgente. Tanto che, ormai più di cento anni fa, una semplice sfera di cuoio riuscì anche a fermare la Prima guerra mondiale. Inglesi e tedeschi, sui lati opposti della trincea nel 1914, alla Vigilia di Natale posarono i fucili, si scambiarono la mano e, per un’intera giornata, giocarono a calcio. Oggi, fortunatamente, non ci sono guerre – almeno in Europa – da scongiurare. Ma poca fiducia e paura dell’altro, quelle sì. E il calcio, per superare questa situazione, può fare tantissimo. «Niente è più inclusivo di una partita – racconta Michele Auci, membro della sezione pisana della Croce Rossa – perché tutti si sentono parte di qualcosa».

Lui, insieme ad altri, ha avviato da qualche anno un progetto di integrazione attraverso lo sport, creando una squadra di calcio a 7 con alcuni richiedenti asilo. E tanti di questi ragazzi hanno preso parte alla visita dedicata alle comunità straniere, scattandosi foto insieme alla maglia della loro nazionale. Magari da inviare alla famiglia, mostrando loro come, anche a chilometri e chilometri di distanza, ci si possa sentire vicini sotto l’insegna del calcio.

Attraverso una semplice casacca, ognuno ha trovato il proprio spazio. Del resto, in una mostra dove la maglia dei pluricampioni del Brasile trova la stessa dignità di quella di Tonga, ultima classificata nel ranking Fifa, è semplice sentirsi integrati e parte di una comunità. Un piccolo, grande miracolo del calcio, che anche grazie alle casacche di questa collezione, riesce a tener viva la parte più importante dello sport: non lasciare indietro nessuno. –

PIETRO MATTONAI

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