Il Tirreno

Pontedera

L’azione scenica si sviluppa in un pranzo, metafora della fascinazione che esercita la storia della cultura del popolo vittima dello sterminio 

Il soldato turco e la bella armena relazione impossibile e tragica

SAN MINIATO. La messa in scena dello spettacolo “La masseria delle allodole” si focalizza su una continua azione scenica sviluppata in un pranzo armeno, realmente vissuto sulla scena, durante il...

3 MINUTI DI LETTURA





SAN MINIATO. La messa in scena dello spettacolo “La masseria delle allodole” si focalizza su una continua azione scenica sviluppata in un pranzo armeno, realmente vissuto sulla scena, durante il quale si discute. Di cosa si discute? Di tutto quello che ci piace: scienza, poesia, amore e sessualità, sacre scritture e ornitologia, matematica, Dio, musica e contrasti generazionali. Questo pranzo, questa convivialità in scena sono metafora di una condizione di fascinazione spirituale e carnale che esercita la storia della cultura armena, intrisa di fede e di vita, di grande emancipazione alimentata da un progresso culturale fortemente in contatto con la Memoria. A questo Eden fa da contraltare il dialogo politico tra chi vuole attuare lo sterminio e chi invece, all’interno dell’esercito, si oppone ad esso anteponendo al massacro la propria umanità.

Questi due piani – il pranzo e il dialogo politico – sono montati in modo alternato. Sono al principio due binari paralleli che si intersecano gradualmente attraverso una storia d’amore: quella tra il soldato turco Djelal e l’armena Azniv. Questa relazione impossibile si fa archetipo di un tragico esempio shakesperariano: come tra Montecchi e Capuleti per dirla con le parole della Arslan. Il soldato prova in tutti i modi a salvare la bella armena dalla strage; lui sa quello che al tavolo della politica turca si sta pianificando in quel lontano 1915: vogliono eliminare ogni intralcio al progetto della “grande Turchia” perché “gli armeni aprirebbero le porte all’avanzata russa in quanto infedeli (sono cristiani) e disinteressati a questo progetto politico”.

«La prima parte di quell’opera mi ha affezionato a quella famiglia, alla loro umanità, alla semplicità della vita, compresi i momenti di incomprensione e di litigio, così come le occasioni di gioia e speranza – spiega il regista Michele Sinisi – La seconda parte mi è invece arrivata come un macigno sullo stomaco. Dal momento dell’irruzione dei turchi in masseria, ho provato fastidio nel leggere le torture, la deportazione e gli stupri sulle donne. Gli argomenti sono diventati improvvisamente grandi e lunghissimi. Ma quella prima impressione ha finito per mantenere una concretezza spietata».

«Continuamente sono tornate alla mente l’irruzione in masseria e la violenza che ne seguiva. Un rito di passaggio tra la vita e la morte, un segno che tra parole, suoni e materia traducesse sulla scena un’esperienza analoga a quella prima lettura – aggiunge Sinisi –: ho continuamente cercato questo. La famiglia arriva in quello spazio dell’anima, in masseria, per trascorrere gli ultimi interminabili attimi di una vita densa di piacere, di bellezza e di condivisione, di primi amori e di tratti scultorei, di poesia e di erotismo, di spiritualità e di canto. Questi personaggi si aggrappano a quanto di più semplice la vita possa donare ad ogni essere umano: la condivisione del respiro, fino all’ultimo».

Il gioco tra loro è di un’innocenza straziante quanto la carneficina del primo genocidio del Novecento. –

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa