Il Tirreno

Pontedera

Così svuotavano le imprese che erano in crisi

CASCINA. Secondo gli inquirenti, erano loro i coordinatori dell’associazione a delinquere messa a nudo dall’inchiesta “Amici Nostri”: Ignazio Ferrante, Vincenzo Fera, Angelo Alberto Breschi, tre...

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CASCINA. Secondo gli inquirenti, erano loro i coordinatori dell’associazione a delinquere messa a nudo dall’inchiesta “Amici Nostri”: Ignazio Ferrante, Vincenzo Fera, Angelo Alberto Breschi, tre professionisti specializzati nello “svuotare” imprese in crisi e nel pilotarne i fallimenti, truffando di volta in volta i fornitori o l’erario. Meccanismi messi in atto a più riprese, sempre secondo gli stessi schemi, che nel giro di una decina di anni avrebbero prodotto un danno complessivo a creditori e Stato di oltre 50 milioni di euro. Nell’inchiesta è rimasto coinvolto anche Marco Ignazio Pili, residente a Cascina, agente di commercio.

Ignazio Ferrante ha 52 anni, è originario della provincia di Reggio Calabria e vive a Pieve a Nievole, anche se lo studio è a Pistoia. Dei tre è senza dubbio quello con i trascorsi più rilevanti: condannato per associazione a delinquere di tipo mafioso e radiato dall’Albo. Non a caso per lui si sono spalancate le porte del carcere. Vincenzo Fera, 64 anni, anch’egli originario di Reggio Calabria, abitazione a Serravalle e studio a Montecatini, è già noto alla procura di Pistoia. Incensurato, invece, Angelo Alberto Breschi, 73 anni, originario della Lucchesia ma residente a Pistoia. Tutti e tre, insieme, secondo gli inquirenti, costituivano il vertice criminale di una vera e propria organizzazione a delinquere comprendente professionisti, imprenditori e prestanome, per un totale di 163 persone sottoposte a indagine. I capi di imputazione contenuti nell’ ordinanza eseguita mercoledì da carabinieri e finanzieri sia in provincia di Pistoia che in Calabria (27 provvedimenti cautelari, di cui 2 arresti in carcere, 22 ai domiciliari (altri 2 provvedimenti non sono stati ancora eseguiti) e unobbligo di dimora) consentono di ricostruire il modo di agire del gruppo. Uno dei primi casi documentati dall’inchiesta riguarda un’azienda dichiarata poi fallita nel 2011 dal Tribunale di Pistoia, di cui Fera e Ferrante tenevano la documentazione contabile, mentre Breschi figurava come consulente aziendale e un quarto indagato (finora non sottoposto a misure cautelari)emetteva materialmente le fatture. Fatture per cosa? Secondo gli inquirenti, per forniture inesistenti, apparentemente erogate da aziende terze, che in realtà servivano solo a far sparire risorse aziendali. Così un’azienda di costruzioni risultava aver svolto dei lavori per 34.000 euro, un’altra per 83.700 e una terza addirittura per 451.800. Quest’ultima è la ditta di un altro indagato finito ai domiciliari, il quarratino Emanuele Giacomelli. In totale l’azienda poi fallita si è vista risucchiare dalla cassaforte in meno di due anni la cifra di 582.000 euro.

Naturalmente per questi comportamenti Fera, Ferrante e Breschi sono accusati anche di aver falsificato le scritture contabili, in modo da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e l’andamento contabile dell’azienda, ai fini del soddisfacimento dei creditori legittimi. Il giro di cambiali fasulle, poi, consentiva anche di dribblare il pagamento di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, con un relativo debito erariale che, nei due anni di attività, ha raggiunto il livello dei 117.000 euro.(f.cl.)

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