Il Tirreno

Pontedera

Una condanna per la morte al laghetto

Una condanna per la morte al laghetto

Sei mesi di reclusione (pena sospesa) a Massimo Fiore del circolo Nemo, assolto l’imprenditore Daniele Bini

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PONTEDERA. A distanza di cinque anni dalla morte di Giorgio Donati, rimasto folgorato mentre pescava sulle sponde del laghetto Nemo, vicino ai laghi Braccini, ieri è stata emessa la sentenza di primo grado al processo per fare luce sulle responsabilità nella tragedia. E il processo si è concluso con una condanna e una assoluzione.

A giudizio con l’accusa di omicidio colposo erano finiti il rappresentante legale del circolo sportivo Nemo, Massimo Fiore, di San Miniato, difeso dal professor Salvatore Salidu, e l’imprenditore Daniele Bini, di Pontedera, legale rappresentante dell’associazione temporanea di impresa che gestisce il complesso dei laghi Braccini. Il primo, la cui assicurazione ha già risarcito i familiari della vittima, è stato riconosciuto colpevole e condannato a sei mesi di reclusione (pena sospesa). Per il secondo, difeso dall’avvocato Stefano Del Corso, invece, il giudice Luca Salutini ha ritenuto che dal dibattimento non sia emersa – anche se l’avvocato dell’altro imputato ha cercato di condividere con Bini le responsabilità – una chiara conoscenza delle situazioni di pericolo presenti al lago (avuto in gestione dal Comune che però non è stato tirato in ballo dall’inchiesta penale) e quindi non ci sia una precisa responsabilità nella morte del pescatore.

Dopo la morte di Giorgio Donati, di Palaia, 50 anni, ucciso dalle scariche della corrente elettrica, mentre pescava sulle sponde del laghetto, nessun cartello era stato trovato sulle sponde del lago a segnalare il pericolo, come era emerso nella relazione che i carabinieri di Pontedera avevano trasmesso alla Procura. E le sponde vicino ai tralicci della corrente erano di facile e libero accesso per chi frequentava il laghetto artificiale.

Fiore, che era stato sentito durante la penultima udienza, aveva detto di non essere mai stato a conoscenza del pericolo dei tralicci in quanto non pensava che ci passasse la corrente. Stessa situazione per l’imprenditore di Pontedera la cui società aveva preso l’impianto dal Comune.

La parte civile, rappresentata dall’avvocato Francesco Scaduto, dopo la lettura della sentenza si è dimostrata piuttosto sorpresa. «Per noi i due sono entrambi corresponsabili – dice – ma aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza per capire come procedere. Entrambi avrebbero dovuto controllare e adottare tutte le misure necessarie per scongiurare il pericolo». (s. c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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