Sicurezza
Marconi, l’esigenza di scrivere
“Varramista” è il giallo opera dell’imprenditore di Capanne
PECCIOLI. «Mercoledì 15 marzo Fabio si svegliò presto. Si lavò, si vestì in pochi minuti e uscì dall’appartamento dove viveva da un mese come un recluso. Mai una parola con nessuno, testa bassa e cappuccio del giaccone calato sulla fronte. Un corridoio stretto, la camera da letto, un cucinino e il bagno. In un palazzone vetusto, che avrebbe avuto bisogno di una bella rinfrescata, ma andava bene così. Scese in strada, guardò l’orologio e si avviò con calma verso l’incrocio, dove avrebbe registrato tutto mentalmente finché non fosse passato il bersaglio».
Così comincia il racconto “Varramista” di Riccardo Marconi, proposto al concorso “Parole guardate” a Peccioli. 67 anni, cattolico, sposato (2 figli e 4 nipoti), piccolo imprenditore, laureato, iscritto al Pd, tifoso viola, Marconi, che vive a Capanne, ha sempre amato leggere libri. Prosa, non poesia. Grandi romanzi, soprattutto. «Non so perché, non mi sono mai piaciuti i latino-americani o meglio lo so il perché – dice Marconi -: troppe macchie, troppi colori, troppo di tutto. E anche per i nordamericani non è che straveda. Dei contemporanei, apprezzo il Gesualdo Bufalino della “Diceria dell’untore”, la Maraini di “Marianna Ucrìa”, il Buzzati del “Deserto dei tartari” e, sopra tutti, amo Georges Simenon. Dei 76 Maigret che ha scritto, li ho letti quasi tutti. E ogni volta, sempre la stessa impressione: pura acqua di fonte».
«Veniamo a me. Perché scrivo, anzi: scrivicchio? Per soddisfare un’esigenza interiore di cui mi sono reso pienamente conto in vecchiaia grazie a un laboratorio di scrittura tenuto, una decina d’anni fa, dall’ex caposervizio del Tirreno Riccardo Cardellicchio – spiega Marconi – Fu un’esperienza indimenticabile, niente di eccezionale sia chiaro. Una di quelle cose fatte di niente che, una volta conosciutici nel profondo, si concretizzò in serate magiche, spassose, irripetibili. Si litigava anche. Ne ricordo una in particolare, in cui io difesi come una belva il “mio” Indro Montanelli dagli attacchi concentrici degli altri, più favorevoli a Tiziano Terzani. Dissi, e ne resto convinto, che come scrittura in sé, chiarezza, nitore, capacità di sintesi, non era possibile alcun confronto. Quella del mio campione era puro cristallo».
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