Gioco
Dal Charleston alla fuga in padule Una vita da film
Armida Bagnoli ripercorre i suoi 103 anni «Mi salvai dai tedeschi grazie a una siringa»
PONTEDERA. La porta di casa la apre una delle sue figlie, Miriam, che prima l’ha rassicurata: «Mamma, tranquilla, sono quelli del giornale». «Abbiate pazienza, ma sono anziana e sfiduciata – ci spiega –perché oggi non si può star tranquilli».
Alcuni furti subiti, e le classiche truffe telefoniche, l’avevano fatta tentennare. Ma poi la paura è svanita.
Anche perché Armida Bagnoli, nella sua vita, ha dimostrato un coraggio fuori dal normale. Sono 103 gli anni, quasi 104. Una decina di giorni dopo esser nata, Francesco Ferdinando d’Asburgo veniva ucciso a Sarajevo: era l’inizio della Prima guerra mondiale. Appena seduti, Armida mostra con orgoglio un libricino.
Gli appunti di una vita, racconti che rievocano episodi che, oggi, sembrano essere stati scritti dai migliori sceneggiatori di Hollywood. «Eravamo sfollati al padule di Bientina quando i tedeschi ci trovarono – spiega – poco tempo dopo l’eccidio di Stazzema». E nel rileggere le sue parole scritte in una calligrafia ricercata, Armida racconta di come, quasi fortuitamente, riuscì a salvarsi. «La figlia del contadino che ci ospitava soffriva di tisi – continua – e i tedeschi erano terrorizzati dal contagio: la siringa che utilizzavo per le iniezioni li spaventò, facendoli fuggire». Sì perché Armida, mentre il marito Athos si trovava in Africa a riparare gli aerei militari, aveva ottenuto il diploma da infermiera. «Fui la prima classificata in quel corso – racconta orgogliosa – nonostante non fossi riuscita neppure ad ottenere il diploma di quinta elementare».
La vita di Armida si è svolta interamente a Pontedera. La scuola, il lavoro, la famiglia. Tutto ciò lo ha trovato nella città che lei stessa dice di amare. «Sono innamorata di Pontedera – afferma – una città laboriosa che mi ha sempre offerto tanto». Armida ha frequentato anche le scuole della città. «Nonostante in famiglia nessuno sapesse leggere o scrivere – precisa – ero la migliore della classe, insieme alla mia grande amica, Mina Boschi».
Un legame speciale, che le diverse visioni non riuscirono mai a spezzare. «Io e Mina eravamo amiche, nel vero senso della parola – ricorda – al di là delle opinioni politiche». Armida, nella politica e per la politica, ha vissuto e continua a vivere. «Nel 1944 fui tra le prime tesserate del partito comunista – spiega – diventando poi segretaria».
All’impegno di partito, Armida ha affiancato una vita dedita al lavoro: come sarta autodidatta («Per anni ho cucito gli ombrelli, lavorando di notte»), quindi come infermiera, all’Enpas. Venti anni di carriera, coronati dal riconoscimento ufficiale dell’associazione nazionale della polizia di Stato consegnatole, un anno fa, da Alberto Francini, ex questore di Pisa. Il coraggio di Armida le ha permesso anche di riscoprirsi.
Compiuti ottant’anni, grazie all’università della Terza età, Armida si è dedicata alla pittura. «All’inizio ero molto scettica – dice – ma con l’incoraggiamento di mio marito, ho scoperto una grande passione». I suoi quadri tappezzano le pareti di casa. Ambientazioni rurali, volti, storie impresse sulla tela. L’indole artistica, è radicata in lei da sempre.
Da piccola, grazie a una serie di film muti visti insieme alla nonna, maturò anche la passione per il Charleston. «Una domenica, da sola in casa, sentii della musica provenire dalla sede del partito fascista – racconta emozionata – avevo solo undici anni, ma scesi in strada a vedere: adoravo quel ritmo». Fu invitata dallo zio a entrare: la piccola Armida ballò, di fronte ai gerarchi pontederesi, con l’innocenza e la gioia che solo i bambini hanno. E che, Armida, mantiene ancora intatta nel suo cuore.
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