Il dolore
Paziente ucciso, no all’archiviazione
Il fratello della vittima che era ospite alla residenza Bandecchi si oppone alla richiesta della Procura
TERRICCIOLA. Per la terza ci riprova. Il fratello di un paziente psichiatrico ucciso in una struttura di Terricciola non vuole l’archiviazione del legale rappresentante della cooperativa che gestiva il centro accusato di concorso in omicidio colposo. Sostiene la scarsità dei controlli e l’assenza di verifiche degli operatori nei confronti degli ospiti.
È una storia di sangue e di dolore quella che ieri mattina è tornata a materializzarsi davanti al giudice Giuseppe Laghezza. Il pm Giovanni Porpora ha riproposto il decreto di archiviazione contro il quale l’avvocato Stefano Carta ha fatto opposizione. L’avvocato Stefano Del Corso, legale dell’indagato, ha ribadito per la terza volta le ragioni per cui il suo assistito non deve essere processato. Una responsabilità oggettiva per l’episodio che, secondo Del Corso, non ci può essere.
«Era l’Asl a decidere chi inviare in quella struttura – spiega l’avvocato –. Si trattava di pazienti non pericolosi impegnati in un percorso psichiatrico. Due giorni prima del fatto uno psichiatra visitò i pazienti e non rilevò alcuna anomalia». Sia lo psichiatra sentito durante il processo all’autore del delitto che la consulente della Procura nominata per l’indagine sul vertice della cooperativa Agape, per il legale «non ravvisarono nelle loro perizie avvisagli di particolari rischi imminenti».
Matteo Barberini, 41 anni, di Ponteginori, era entrato da un mese nella residenza Bandecchi. Processato e assolto per difetto di imputabilità, l’omicida è ancora recluso in una struttura protetta. Era il 20 gennaio 2012 quando Barberini uscì dal centro per fare una passeggiata all’esterno con un operatore della coop e quella che sarebbe diventata la sua vittima, Matteo Bassi, 31 anni, di Montecerboli nel comune di Pomarance. Un minuto prima di essere assalito e colpito con diverse coltellate, Bassi non aveva intuito le intenzioni di Barberini. E neanche l’operatore che si mise in mezzo per dividere i due rischiando di ricevere i fendenti. «Mi dava il malocchio» disse l’omicida agli inquirenti. Un movente fondato sul delirio.
Sul perché un ospite con problemi psichiatrici potesse avere un coltello è il tema che ha spinto i familiari della vittima a opporsi alle richieste di archiviazione.
«Contestiamo i livelli di controllo e le modalità di inserimento nel centro – spiega l’avvocato Carta –. E nell’udienza abbiamo sottolineato che dopo l’omicidio il regolamento è cambiato. Gli operatori da allora possono verificare gli armadietti dei pazienti. Prima non era possibile. Così l’omicida ha potuto tenere nascosto il coltello con cui ha ucciso Matteo».
Pietro Barghigiani
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