Sicurezza
Il partigiano che voleva essere libero di ballare
"Organizzammo una festa, avevo 18 anni, arrivarono i fascisti e ci fecero fermare tutto. Non eravamo più liberi di fare nulla". E per questo si unì a una squadra della 23ª Brigata Garibaldi
VOLTERRA. «Un giorno, durante la guerra, era il compleanno di un mio caro amico. Riuscimmo a fargli preparare delle frittelle che per quel periodo, in cui si faceva fatica a trovare da mangiare, era un lusso. Chiedemmo anche al comando tedesco di stanza a Volterra il permesso di organizzare una piccola festa e di ballare. Ci autorizzarono ma poco dopo arrivarono i fascisti su una camionetta. Scesero, spensero la musica. E ci volevano arrestare. Capito cosa erano la dittatura e la guerra? Non eravamo neppure liberi di ballare».
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Torquato Ghionzoli, nato a Volterra l’11 maggio del 1926, ha la voce chiara e ferma. I suoi 92 anni non hanno scalfito la sua memoria, anzi. Ricorda ogni singolo dettaglio di quando, dalla sua Volterra, si trasferì nel 1942 a Livorno. Per poi farci ritorno come sfollato durante la guerra prima di entrare a far parte della 23ª Brigata Garibaldi, squadra numero 5. L’ultimo ancora in vita. Un mese come volontario nel 1944 ma tra i più intensi, importanti e decisivi per contribuire alla liberazione della Toscana.
«Cosa ricordo di quel periodo? La paura, in particolare la notte – racconta –. Immagini un ragazzino come me a 18 anni, dopo essere stato sempre attaccato alla gonna della nonna, che prima si trova catapultato a Livorno, dove ero stato assunto dalle ferrovie all’estrema ricerca di lavoratori, poi si unisce al gruppo della Brigata Garibaldi con il costante pericolo di essere scoperti e uccisi da tedeschi e fascisti».
A convincere Torquato a diventare un volontario della libertà è il cugino Piero Chiellini. Dopo poco più di un anno di lavoro al deposito ferroviario di Livorno, Torquato deve lasciare la casa dello zio a causa dei bombardamenti. «Mio cugino Piero faceva già da tempo la staffetta, lo chiamavano la Guardia Rossa mentre il mio soprannome divenne quello di Ferdinando. Visto che ero un tipo un po’ribelle pensò che mi avrebbe fatto bene entrare nella brigata – racconta Torquato –. Ricordo che c’era una gerarchia ben precisa. Si prendevano ordini e si rispettavano regole, eravamo gruppi di massimo venti elementi. Anche se in totale arrivammo a quasi 600. Quando c’era da entrare in azione non ci si tirava indietro».
VIDEO. "VI RACCONTO LA MIA PRIGIONIA"
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In un librettino rilasciato dal distretto militare di Pisa ci sono tutte le azioni che la squadra ha portato a termine. «Ho fatto parte della brigata dal 10 giugno al 20 luglio del 1944 – racconta l’ex partigiano –. Poco più di un mese ma tra i più intensi. Da Volterra ci spostammo per alcune operazioni a Castelnuovo Val di Cecina e poi a Radicondoli. Sia per prendere rifornimenti di vario genere, sia per vere e proprie azioni militari». Camion tedeschi danneggiati, soldati e fascisti uccisi ma anche operazione di evacuazione di interi paesi.
Ghionzoli ha conosciuto, poi, Mario Canessa. Il volterrano, poi trasferitosi come lui a Livorno, proclamato “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato tra il 1943 e il 1945, come agente di polizia confinaria, centinaia di ebrei e perseguitati politici trasferendoli in Svizzera o favorendone l’espatrio. «Nel periodo in cui ho vissuto a Volterra, prima che iniziasse a lavorare come agente di confine, sono stato più volte a casa di Canessa – racconta Ghionzoli –. Io andavo a scuola con dei suoi amici e ricordo che era una persona di spirito, voleva sapere tutte le battute che facevamo noi volterrani. Era una persona che sapeva ascoltare ed era innamorato di Volterra».
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Poi il ricordo che fa emozionare. «A Livorno voglio bene, mi ha dato tutto. Ma Volterra per me è Volterra. Di tutti gli amici che avevo sono rimasto soltanto io e se ci penso mi viene un groppo alla gola – la voce ferma e decisa questa volta trema, l’emozione si fa spazio –. Ogni volta che torno a Volterra vado a trovarli uno per uno al cimitero. A partire da Ugo e Leonardo, due volterrani che non tornarono dalla guerra. Impiccati dai tedeschi». Lo farà anche oggi.
Dopo aver raccontato, accompagnato da tutta la famiglia, alla cerimonia voluta dal Comune di Volterra per celebrare i giorni della memoria.
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