STRAORDINARIO GABRIELE LAVIA NE “IL PADRE”
di GIULIANA IANNOTTI
Straordinaria interpretazione e mirabile regia di Gabriele Lavia, che presenta il suo terzo adattamento de “Il padre” di Strindberg. È stato un privilegio partecipare alla prima nazionale al Teatro...
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Straordinaria interpretazione e mirabile regia di Gabriele Lavia, che presenta il suo terzo adattamento de “Il padre” di Strindberg. È stato un privilegio partecipare alla prima nazionale al Teatro Era, vissuto “con profonda commozione”, come Nietzsche nel leggere l’opera.
La scena è dominata dal velluto rosso e tutto si svolge in un salotto borghese, dove ogni elemento scenico è in bilico, sembra sprofondare, specchio del complesso dramma psicologico rappresentato.
Lo spettacolo è denso di citazioni e curato nei dettagli. Gli attori sono così abili che lo spettatore avverte sulla pelle il dramma di ognuno, interpretato con l’espressività enfatica tipica del teatro classico. Tutto concorre a rendere l’atmosfera inquietante: musica, luci, ombre, riflessi, simboli.
La trama dell’opera si origina da un dissidio tra il capitano (Lavia) e sua moglie Laura (F. De Martino) sull’educazione della figlia Berta, un pretesto che, svelando incomprensioni e dilemmi mai risolti, induce a un macabro gioco di potere in cui si sovvertono i ruoli dell’uomo e della donna.
È lei – gelida come la neve che si vede cadere imperterrita dalle vetrate – a condurre la contesa, instillando in lui l’atroce dubbio della sua paternità, della sua idea di eternità, quindi della stessa esistenza, ma soprattutto dell’Essere.
Il rintocco dell’orologio scandisce il tempo e i momenti di disperazione fino all’attimo sospeso della follia in cui l’uomo firma la sua condanna, subisce la sopraffazione della donna; il mito di Ercole e Onfale si è compiuto. Tutto è sprofondato, ogni certezza è svanita, il capitano è solo nel suo delirio circondato dal drappeggio vellutato e insanguinato dal delitto psichico. La melodia dei carillon, scatole magiche dei ricordi, accompagna il riemergere dell’infanzia e l’affidarsi alla fedele e rassicurante Tatina, prima dell’inevitabile.
Quanto profondo può essere l’abisso dell’incertezza del Non Essere? Come afferma Lavia, “forse la vita non è altro che un naufragio”.
La scena è dominata dal velluto rosso e tutto si svolge in un salotto borghese, dove ogni elemento scenico è in bilico, sembra sprofondare, specchio del complesso dramma psicologico rappresentato.
Lo spettacolo è denso di citazioni e curato nei dettagli. Gli attori sono così abili che lo spettatore avverte sulla pelle il dramma di ognuno, interpretato con l’espressività enfatica tipica del teatro classico. Tutto concorre a rendere l’atmosfera inquietante: musica, luci, ombre, riflessi, simboli.
La trama dell’opera si origina da un dissidio tra il capitano (Lavia) e sua moglie Laura (F. De Martino) sull’educazione della figlia Berta, un pretesto che, svelando incomprensioni e dilemmi mai risolti, induce a un macabro gioco di potere in cui si sovvertono i ruoli dell’uomo e della donna.
È lei – gelida come la neve che si vede cadere imperterrita dalle vetrate – a condurre la contesa, instillando in lui l’atroce dubbio della sua paternità, della sua idea di eternità, quindi della stessa esistenza, ma soprattutto dell’Essere.
Il rintocco dell’orologio scandisce il tempo e i momenti di disperazione fino all’attimo sospeso della follia in cui l’uomo firma la sua condanna, subisce la sopraffazione della donna; il mito di Ercole e Onfale si è compiuto. Tutto è sprofondato, ogni certezza è svanita, il capitano è solo nel suo delirio circondato dal drappeggio vellutato e insanguinato dal delitto psichico. La melodia dei carillon, scatole magiche dei ricordi, accompagna il riemergere dell’infanzia e l’affidarsi alla fedele e rassicurante Tatina, prima dell’inevitabile.
Quanto profondo può essere l’abisso dell’incertezza del Non Essere? Come afferma Lavia, “forse la vita non è altro che un naufragio”.
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