Il Tirreno

Pontedera

I rifiuti dopo la vendita sospetta

di Sabrina Chiellini

Il capannone ceduto pochi giorni prima del fallimento è stato al centro di un esposto alla Procura

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CASCINA. Rifiuti speciali provenienti dall’industria tessile, stoccati in parte a cielo aperto, in parte in un deposito, senza alcun «accorgimento tecnico, impiantistico e gestionale teso ad evitare l’insorgere di problematiche riconducibili al rischio di un incendio».

I vigili del fuoco di Pisa non hanno dubbi sulla pericolosità del magazzino di via Del Nugolaio a Navacchio, dove sono state ammassate oltre 40 tonnellate di stracci, rifiuti provenienti dalle lavorazioni tessili. Lo hanno messo nero su bianco in una relazione inviata, oltre che al sindaco di Cascina, alla prefettura e ad Arpat Toscana. Quei rifiuti non possono stare dove sono. «Gli stessi (prosegue la relazione riferendosi ai rifiuti) costituiscono – scrivono ancora i vigili del fuoco sollecitando il Comune ad effettuare un sopralluogo congiunto – un rischio per la popolazione». Non solo. Dal sopralluogo effettuato dagli stessi vigili del fuoco, con gli operatori di Arpat e la polizia municipale, l’11 gennaio, nel capannone e nell’area che poi è stata sottoposta a sequestro, non sono stati trovati documenti in grado di dimostrare la provenienza di questi rifiuti. Tant’è che nel verbale successivo all’ispezione di sparla di «scarti di lavorazione tessile di provenienza incerta e non accertabile, vista l’assenza di alcune referente responsabile o di un custode». Un grosso problema per il territorio ma anche per il Comune che dovrà cercare di sbrogliare quello che sta dietro ad un intreccio di aziende e società. Tra l’altro nell’area che è stata sequestrata sono stati trovati anche depositi di inerti e rifiuti, anche questi non tracciati, né tracciabili, a quanto risulta. Da qui l’inevitabile denuncia per reati ambientali nei confronti del proprietario dell’area e nei confronti di Roberto Salandin, legale rappresentante di Cascina Servizi & Recuperi, il quale nella lettera pubblicata a fianco sostiene che tutto è in regola.

Molti però si chiedono come si sia potuti arrivare a questa situazione. Fra l’altro il capannone era stato oggetto di un dettagliato esposto presentato alla Procura della Repubblica di Pisa nell’ambito di una vicenda in cui si chiedeva di fare luce sulla vendita della proprietà. La storia di oggi, il sequestro, la montagna di rifiuti che andrà rimossa e di cui nessuno conosce l’effettiva provenienza, appare ancora più complessa. L’area e il terreno, stando alla denuncia presentata dal socio dell’azienda, poi colpita dal dissesto economico, erano state vendute poco prima del fallimento con modalità da chiarire e per questo sollecitava un’indagine di cui ancora non si conosce l’esito anche se all’epoca il bene venduto aveva un ingente valore. C’era il sospetto (nella denuncia era un’accusa vera e propria) che fossero stati falsificati gli atti societari da altre persone che oggi sono uscite di scena e non risultano coinvolte neppure nell’attuale vicenda giudiziaria. L’immobile evidentemente aveva un destino segnato: è uscito dalla scena del fallimento ma poi è stato sequestrato per reati ambientali. Ci si chiede come mai in due anni e mezzo nessuno sia intervenuto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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