Sicurezza
In tanti a visionare i preziosi sequestrati
Operazione Golden Daytona: si sono rivolte ai carabinieri decine di famiglie che hanno avuto furti
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PONTEDERA. La notizia degli arresti (ai domiciliari) di quattro orafi e gioiellieri italiani e quella degli autori di centinaia di furti (due gli indagati ma uno si è reso irreperibile) ha suscitato l’immediata risposta di decine di famiglie che in questi anni hanno subito furti di oro. In tanti già ieri mattina si sono recati alla compagnia dei carabinieri di Pontedera nella speranza di poter visionare i monili d’oro che sono stati sequestrati dai carabinieri nell’operazione “Golden Daytona”, dal nome che le è stato dato. Tuttavia i carabinieri sono stati costretti a dire di no a molti di loro in quanto i furti con relativa ricettazione attribuiti ai sei indagati sono avvenuti soprattutto nel 2015 e 2016. Ci sono però numerosi oggetti sequestrati che ancora non sono stati restituiti e che sono in cerca dei legittimi proprietari. L’indagine ha in un laboratorio orafo di Pontedera, di proprietà di Vincenzo Celentano, classe 1961, uno dei punti più importanti per la vendita dell’oro rubato. L’uomo ha ottenuto la restituzione di un terzo dell’oro a lui sequestrato in quanto parenti e amici hanno riconosciuto come propri gli oggetti e hanno dichiarato di averglieli venduti o affidati. All’artigiano sono state trovate anche somme di denaro consistenti. Secondo l’accusa, i due slavi, uno di Coltano e l’altro di Gello di Pontedera, sapevano che dopo un furto potevano andare direttamente dall’orafo pontederese e sarebbero passati all’incasso. Tra loro c’era un accordo: in caso di controllo, come risulta dalle intercettazioni, i nomadi avrebbero detto che erano andati nel negozio “per riparare un braccialetto”. E gli incontri tra l’orafo e i due cugini rom sono documentati anche dalle immagini di una telecamera che i carabinieri avevano piazzato davanti all’ingresso del negozio.
Secondo quanto emerge dalle indagini, l’orafo trattava di tutto: oro, argento, pietre preziose. E usava l’attività di gioielliere come paravento. In un’occasione avrebbe chiesto a uno dei nomadi (in carcere è finito Avdus Haliti, mentre Agim Zuka è ancora ricercato) di procurargli una pistola.
I sei non sono finiti in manette prima, pur essendo stata riconosciuta fin dall’inizio la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, per un cavillo. Il gip del tribunale di Pisa non aveva ravvisato l’attualità delle esigenze delle misure cautelari, rispetto alla reiterazione del reato, in quanto gli ultimi furti su cui si è indagato risalgono all’estate 2016. Dall’indagine, oltre ad aspetti di competenza della polizia amministrativa che riguardano le licenze, sono emersi anche profili interessanti dal punto di vista fiscale e una netta discrepanza tra la capacità reddituale e il patrimonio dell’indagato. (s. c.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Secondo quanto emerge dalle indagini, l’orafo trattava di tutto: oro, argento, pietre preziose. E usava l’attività di gioielliere come paravento. In un’occasione avrebbe chiesto a uno dei nomadi (in carcere è finito Avdus Haliti, mentre Agim Zuka è ancora ricercato) di procurargli una pistola.
I sei non sono finiti in manette prima, pur essendo stata riconosciuta fin dall’inizio la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, per un cavillo. Il gip del tribunale di Pisa non aveva ravvisato l’attualità delle esigenze delle misure cautelari, rispetto alla reiterazione del reato, in quanto gli ultimi furti su cui si è indagato risalgono all’estate 2016. Dall’indagine, oltre ad aspetti di competenza della polizia amministrativa che riguardano le licenze, sono emersi anche profili interessanti dal punto di vista fiscale e una netta discrepanza tra la capacità reddituale e il patrimonio dell’indagato. (s. c.)
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