La manifestazione
Rodolfo, l’ultimo degli intarsiatori
Nonostante gli 84 anni, mantiene alta la bandiera del mestiere «Per rilanciare Cascina, bisogna tornare al mobile di qualità»
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CASCINA. È l’ultimo (o quasi) degli intarsiatori cascinesi. Di sicuro, uno tra i più estroversi e conosciuti in città. Rodolfo Menici, 84 anni, ha tanto da raccontare, ai più giovani e a chi passa a trovarlo “a bottega”. Per tutti ha sempre pronta una barzelletta o una storiella.
«Sono nato a Pisa il 3 luglio 1933 – racconta – e mi sono trasferito a Cascina per sposare una signorina di Latignano. Qua ho trovato amici e imparato il mestiere d’intarsiatore». Menici ha avuto un maestro: «Il professore Giannino Grigò mi ha insegnato a disegnare e durante la mia carriera ho lavorato in tutta Italia. Agli inizi non è stato semplice, ma grazie al consiglio del prof. Baglini dell’Istituto d’arte di Cascina feci preparare i miei biglietti da visita, andai alla fiera di Milano e misi il telefono fisso. Pian piano iniziarono a conoscermi. In poche parole, a Cascina ho trovato l’oro».
Al passato luminoso dell’ex città del mobile, Rodolfo Menici contrappone la triste realtà di oggi. «Di quella Cascina – continua – non resta niente. Le nuove generazioni hanno distrutto tutto. Un tempo Cascina esportava la propria qualità, io ne sono testimone diretto e infatti venni qua da Perignano per imparare il mestiere».
«Mi dicono che sono antico – spiega – ma io mi considero tradizionalista. Amo il mobile artistico perché è quello che muove l’economia. Su questo punto sono d’accordo col direttore di Ikea, che a suo tempo mosse una critica all’Italia. Lui diceva che quando in Svezia arrivavano i mobili italiani, gli svedesi avevano comunque continuato a produrre i propri mobili. Noi, invece, ci siamo dimenticati delle radici».
L’analisi di Rodolfo Menici è lucida e impietosa. «A Cascina è rimasto un pugno di mosche. Abbiamo perso posti di lavoro e chi campava con il legno ha chiuso, come hanno fatto tutti quelli che lavoravano nell’indotto. Dai venditori di colla, a quelli di maniglie o lamettine».
La ricetta di Menici per risollevare l’economia mobiliera cascinese è semplice e punta sulla riscoperta dei mestieri. «Bisogna tornare al lavoro di pregio. Non è vero che questo settore ha poco mercato, piuttosto manca chi sappia produrre mobili di qualità. Dovremmo tornare a formare gli artigiani». E lancia un appello ai giovani cascinesi: «A loro dico che, oltre agli ingegneri e ai medici, esistono anche gli agricoltori o chi campa con un mestiere. Mio nonno, infatti, mi diceva: impara l’arte e mettila da parte. Alla fine è stato lui ad avere ragione».
Carlo Palotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«Sono nato a Pisa il 3 luglio 1933 – racconta – e mi sono trasferito a Cascina per sposare una signorina di Latignano. Qua ho trovato amici e imparato il mestiere d’intarsiatore». Menici ha avuto un maestro: «Il professore Giannino Grigò mi ha insegnato a disegnare e durante la mia carriera ho lavorato in tutta Italia. Agli inizi non è stato semplice, ma grazie al consiglio del prof. Baglini dell’Istituto d’arte di Cascina feci preparare i miei biglietti da visita, andai alla fiera di Milano e misi il telefono fisso. Pian piano iniziarono a conoscermi. In poche parole, a Cascina ho trovato l’oro».
Al passato luminoso dell’ex città del mobile, Rodolfo Menici contrappone la triste realtà di oggi. «Di quella Cascina – continua – non resta niente. Le nuove generazioni hanno distrutto tutto. Un tempo Cascina esportava la propria qualità, io ne sono testimone diretto e infatti venni qua da Perignano per imparare il mestiere».
«Mi dicono che sono antico – spiega – ma io mi considero tradizionalista. Amo il mobile artistico perché è quello che muove l’economia. Su questo punto sono d’accordo col direttore di Ikea, che a suo tempo mosse una critica all’Italia. Lui diceva che quando in Svezia arrivavano i mobili italiani, gli svedesi avevano comunque continuato a produrre i propri mobili. Noi, invece, ci siamo dimenticati delle radici».
L’analisi di Rodolfo Menici è lucida e impietosa. «A Cascina è rimasto un pugno di mosche. Abbiamo perso posti di lavoro e chi campava con il legno ha chiuso, come hanno fatto tutti quelli che lavoravano nell’indotto. Dai venditori di colla, a quelli di maniglie o lamettine».
La ricetta di Menici per risollevare l’economia mobiliera cascinese è semplice e punta sulla riscoperta dei mestieri. «Bisogna tornare al lavoro di pregio. Non è vero che questo settore ha poco mercato, piuttosto manca chi sappia produrre mobili di qualità. Dovremmo tornare a formare gli artigiani». E lancia un appello ai giovani cascinesi: «A loro dico che, oltre agli ingegneri e ai medici, esistono anche gli agricoltori o chi campa con un mestiere. Mio nonno, infatti, mi diceva: impara l’arte e mettila da parte. Alla fine è stato lui ad avere ragione».
Carlo Palotti
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