Toscana
Federico, la sua vita così fragile ha trasmesso energia a tutti
Il ricordo di una psicologa che ha conosciuto Finozzi nella sua attività a favore dei trapiantati
CASCIANA TERME. Federico Finozzi era un grande professionista, che amava il suo lavoro, di cui capiva l'importanza proprio per la sua storia personale, e che per questo si dedicava a sensibilizzare le persone sui problemi di chi ha bisogno di un trapianto.
Ricordarlo oggi significa richiamare l'attenzione sulla causa a cui aveva dedicato gran parte della sua vita.
Un anno fa, per un progetto di lavoro, chiesi all'Associazione italiana per la donazione degli organi (Aido) una consulenza per aiutarmi a capire i problemi psicologici che deve affrontare una persona in attesa di trapianto e le difficoltà successive: fu così che conobbi Federico.
[[atex:gelocal:il-tirreno:pontedera:cronaca:1.15753218:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pontedera/cronaca/2017/08/20/news/addio-federico-messaggero-di-speranza-1.15753218]]
Mi raccontò la sua storia e l'incertezza del futuro che vivono tutti i trapiantati, ma mi parlò anche dell'importanza del continuare a sperare e a godersi la vita proprio perché consapevoli della sua precarietà.
Chi è sottoposto a trapianto può vivere sentimenti contrastanti sapendo che la speranza di salvarsi si realizza attraverso la morte di un'altra persona, ma Federico mi ripeteva sempre: «Nessuno è morto per dare la vita ai trapiantati, i donatori sarebbero morti comunque, anche se quello di un organo è un dono per eccellenza che genera la vita».
Grazie al suo donatore, Federico aveva potuto vivere la gioia di essere padre, così come le donne che hanno subìto un trapianto oggi possono in molti casi avere dei figli.
L'importanza di non vivere l'organo trapiantato come un corpo estraneo è una questione fondamentale su cui Federico si soffermò a lungo, così come sull'importanza di far accettare alle persone il fatto che, dopo un trapianto, si deve assumere una terapia immunosoppressiva per tutta la vita, in modo da prevenire il rigetto.
Quando lo ringraziai per la disponibilità, Federico mi disse che era contento di aver potuto far conoscere ad un'altra persona le difficoltà di chi subisce un trapianto, e mi invitò al convegno che stava organizzando e a cui teneva molto.
Purtroppo, però, non fu possibile perché le sue condizioni di salute precipitarono.
Negli ultimi messaggi telefonici mi disse che non era sicuro di vincere la battaglia contro la malattia, ma che avrebbe fatto tutto il possibile per riuscirci, anche se le speranze erano rimaste poche.
Federico credeva nell'importanza di far conoscere all'opinione pubblica i problemi dei trapiantati perché si attivassero le risorse necessarie al loro sostegno.
Per questo credo sia giusto condividere ciò che lui mi ha insegnato.
A livello umano rimane un testimone della capacità di accettare la realtà, anche la più difficile e dolorosa, quando questa non può essere cambiata, ma anche di un uomo che amava la vita, la sua famiglia e il suo lavoro.
Era uno sportivo e come tale sapeva vincere e, cosa ancor più rara, sapeva perdere.
Ognuno lo ricorderà per motivi diversi, ma è certo che la sua vita così fragile ha saputo trasmettere forza a tutti noi
*Psicologa e psicoterapeuta
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
