Il dolore
I tecnici "cadorini" della Piaggio
Omaggio ai pionieri della Vespa che misero su famiglia a Pontedera e legarono le loro vicende a quelle dello scooter progettato da Corradino D'Ascanio
PONTEDERA. Che Gera faccia rima con Pontedera è evidente, ma che custodisca un prezioso scampolo di storia di Pontedera, più precisamente della Piaggio, è sorprendente.
Gera è una borgatella di San Nicolò di Comelico (Belluno), nel Cadore. Qui è venuto alla luce un brandello di storia patria. Sono lettere, documenti sbiaditi, fotografie appannate dal pulviscolo del tempo, ritagli di giornale, cianografiche di lambiccati disegni e formule algebriche, “lucidi” con progetti di meccanismi e di congegni anticipatori dell’elettronica, studi di leghe e tecniche raffinate che ottant’anni fa erano all’avanguardia.
Queste testimonianze sono uscite dalla soffitta di una casa cadorina dove nel 1904 nacque Goffredo De Betta, uno dei pionieri della Piaggio, prima quella aeronautica e poi quella vespistica, il quale nel 1934, con i compaesani Ennio Doriguzzzi Bozzo di Danta e Antonio Piazza di Lozzo, fu assunto all’ufficio progetti della Piaggio a Pontedera dov’era in gestazione quello che sarebbe diventato il fiore all’occhiello della Regia Aeronautica Italiana, il quadrimotore P. 108.
Per ricordare i tre tecnici che a Pontedera “misero su famiglia”, la Magnifica Comunità del Cadore, che ha sede a Pieve di Cadore, nell’ambito delle manifestazioni dell’Estate Tizianesca, ha promosso un convegno non solo di appassionati collezionisti della “Vespa”, ma anche di un vasto pubblico di estimatori ed ex piaggisti.
Paolo Zanon, il più prestigioso “storico” della “Vespa” e della Piaggio, dopo la conferenza nell’aula magna della Magnifica Comunità Cadorina, presenti le autorità municipali del Comelico, ha conferito a Fiorella De Betta, figlia di Goffredo, e a Claudio Piazza, figlio di Antonio, un attestato di riconoscenza per l’impegno dei tre tecnici che durante la guerra lavorarono attorno al quadrimotore Piaggio e alle eliche di vari tipi di aerei.
I documenti recuperati a Gera dalla professoressa Fiorella De Betta Neri, nata a Pontedera e laureata a Pisa, non parlano mai di guerra, ma annotano dati tecnici “da non divulgare” ed edulcorate notizie logistiche dalle quali, oltre alle enormi deficienze di materiali, traspaiono i disagi, i sacrifici, i pericoli che i piaggisti furono costretti ad affrontare specialmente quando, caduto il Fascismo e stipulato l’armistizio dell’8 settembre del 1943, i tedeschi divennero i padroni assoluti degli impianti semidistrutti dai bombardamenti aerei americani su Pontedera.
Nel 1944 ormai tutti sapevano che la guerra era perduta, lo sapevano anche i tedeschi, ma si continuava a diramare ordini di servizio come quello del 10 marzo indirizzato a Goffredo De Betta, a Ennio Doriguzzi e ad Antonio Piazza: “Si comunica che la direzione ha disposto che tutti i componenti dell’ufficio progetti devono partire per Biella domattina 11, a mezzo treno. A Biella dovete recarvi alla Caserma Poma, in via Lamarmora, dall’ingegner Luigi Frediani, il quale provvederà per il vostro alloggio. L’ufficio di Biella sarà composto da: Doriguzzi, De Betta, Gennaro, Panzani, Birindelli, Cagnacci, Frittelli, Sestini, D’Este, Gigli, Galli e Piazza”.
Le relazioni di De Betta lamentano la carenza di metalli speciali, macchinari, gomma e di certi importanti disegni, «forse – azzarda in una nota per l’ingegner Spolti, il progettista del “P. 108” – andati perduti nei bombardamenti dei primi mesi del ’44».
«I materiali – scrive ancora De Betta – occorrono per provvedere al completamento e al montaggio delle eliche P. 1001-P. 1010-P. 2001, nonché dei relativi comandi che forse si trovano ancora a Buti. Vi prego di disporre affinché il sig. Gino Ferrando provveda immediatamente ad inviare a Biella (Caserma Poma), con il mezzo più celere, tutte le cartelle di copie ciano delle eliche e dei lucidi dei cataloghi nomenclatori».
È una lettera datata 6 maggio 1944, manca un anno alla fine della guerra, l’anno più drammatico per il microcosmo piaggista militarizzato al nord e costretto a vedersela con i tedeschi e con i partigiani. Per circolare nel biellese bisogna essere muniti di due lasciapassare, uno tedesco e uno partigiano. Già in quella stagione l’ingegnere Corradino D’Ascanio, citatissimo negli scritti di De Betta, stava pensando alla “Vespa”, la sua creatura che segnerà uno spartiacque tra due epoche, quella della guerra e quella della rinascita.
Passata la bufera, Goffredo De Betta e Antonio Piazza ritornano a Pontedera e si mettono al lavoro in uno dei pochi capannoni rabberciati alla meglio dove è accatastato un quantitativo di alluminio arrivato da Biella. Doveva servire per la produzione delle eliche e ora servirà a produrre pentole e tegami da cucina. Ma D’Ascanio, l’inventore dell’elica a passo variabile e realizzatore nel 1932 di un prototipo di elicottero, raduna i suoi più valorosi collaboratori e nel 1947 realizza la “Vespa”. Da quell’anno e fino al 1965, quando i “cadorini” andarono in pensione, le carte ammuffite dentro un armadio di una casa di Gera hanno tramandato e tramandano una storia non più di cupi tempi di guerra, bensì di un cammino di riscatto che meriterà ai tecnici della Piaggio e all’Italia prestigio e fama degni dei geni del Rinascimento.
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