Sicurezza
«Quella filiale era la base della truffa immobiliare»
di Federico Lazzotti
Nella sentenza i giudici spiegano il raggiro milionario: nel mirino Banca Carismi «Una scatola vuota è diventata una macchina per soldi ai danni degli acquirenti»
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LIVORNO . «Il progetto immobiliare a Ghiaccioni? Una scatola vuota trasformata in una macchina per fare soldi alle spalle di persone semplici: operai, casalinghe e impiegati». Tutti acquirenti provenienti dalla classe media che sognavano una casa confortevole a un prezzo conveniente e si sono invece trovate al centro di una raggiro milionario e senza un tetto sotto al quale vivere «continuando a versare denaro ai costruttori», per una cifra complessiva di tre milioni di euro, firmando mutui e fideiussioni senza che i lavori finissero mai.
In che modo? «Grazie al minuzioso lavoro di costruzione del puzzle da parte dell’architetto Daniele Lotti e dell’agente Attilio Petrillo, che inizia alla fine degli anni Novanta e che li ha visti attivi nelle relazioni con l’amministrazione comunale per la delibera della lottizzazione (il primo), con l’attività di mediazione verso i promissari acquirenti e con le relazioni con la banca finanziatrice (il secondo)».
Ma c’è di più nelle 64 pagine di motivazioni alla sentenza depositate dai giudici nei giorni scorsi a distanza di un mese e mezzo dalla condanna di sei degli otto imputati nel processo. E riguarda il ruolo della filiale 1 della Cassa di Risparmio San Miniato sugli scali delle Pietre 25 condannata in concorso come responsabile civile al risarcimento del danno per una cifra complessiva che sfiora i due milioni di euro tra danni patrimoniali e morali nei confronti delle parti civili.
«L’Istituto, datore di lavoro di Gabriele Bracci e Susanna Audiberti (il primo condannato per truffa, la seconda per estorsione) era divenuto – si legge – la base delle attività delittuose di un gruppo di clienti spalleggiati, sostenuti e concretamente aiutati con condotte fattive dall’allora direttore e Bracci e le cui attività erano ben note alla vice direttrice Audiberti».
I giudici fanno anche l’elenco di queste mancanze: «Le distinte false consegnate da Bracci al cassiere, la possibilità per Petrillo di gestire il conto Carolina (società al centro del progetto immobiliare) con firme apocrife dei vertici della Srl (Nicola Pagliuca e la moglie Letizia Luci), il credito milionario concesso a una scatola vuota senza che alla centrale di San Miniato qualcuno si chiedesse su quali garanzie si basava, le informazioni false che nessuno alla centrale controllava, i conti impazziti, la fideiussione ottenuta con l’inganno e quella ottenuta con la minaccia».
Per capire la genesi della truffa il collegio presieduto dalla giudice Maria Giuliana Civinini parte da una data precisa, il 9 gennaio 2008, giorno in cui il progetto immobiliare prende forma e sostanza economica, attraverso il rogito del contratto di mutuo per la realizzazione del complesso residenziale alle porte di Collesalvetti.
Il risultato di quell’atto – secondo i giudici – ha queste conseguenze: «Una società con un capitale sociale di 4.500 euro (la Carolina Srl) il cui rappresentante legale è una casalinga (Letizia Luci) il cui procuratore speciale è un muratore protestato (Nicola Pagliuca) che nella sua storia professionale vanta piccoli lavori di muratura, che è proprietaria di una di terreno (1530 metri quadrati) e di una capacità edificatoria (2290 mq), acquisti in permuta di cosa futura da consegnarsi entro un termine essenziale e due terreni o capacità edificatoria, è titolare di un finanziamento di due milioni di euro».
Insomma, detto in soldoni – secondo il Tribunale – il progetto parte già zoppo. Tanto che – aggiungono – «le modalità con cui l’operazione è stata costruita e gestita escludono che si sia davanti a un piano imprenditoriale andato male, ma indicano con precisione che vi è stata una pianificazione di quello che, dal lato degli imputati è stato fonte di profitti illeciti, e, dal lato degli acquirenti e dei creditori, si è rivelato un enorme disastro». Destinato ad andare ora in Appello.
@fedelazzotti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
In che modo? «Grazie al minuzioso lavoro di costruzione del puzzle da parte dell’architetto Daniele Lotti e dell’agente Attilio Petrillo, che inizia alla fine degli anni Novanta e che li ha visti attivi nelle relazioni con l’amministrazione comunale per la delibera della lottizzazione (il primo), con l’attività di mediazione verso i promissari acquirenti e con le relazioni con la banca finanziatrice (il secondo)».
Ma c’è di più nelle 64 pagine di motivazioni alla sentenza depositate dai giudici nei giorni scorsi a distanza di un mese e mezzo dalla condanna di sei degli otto imputati nel processo. E riguarda il ruolo della filiale 1 della Cassa di Risparmio San Miniato sugli scali delle Pietre 25 condannata in concorso come responsabile civile al risarcimento del danno per una cifra complessiva che sfiora i due milioni di euro tra danni patrimoniali e morali nei confronti delle parti civili.
«L’Istituto, datore di lavoro di Gabriele Bracci e Susanna Audiberti (il primo condannato per truffa, la seconda per estorsione) era divenuto – si legge – la base delle attività delittuose di un gruppo di clienti spalleggiati, sostenuti e concretamente aiutati con condotte fattive dall’allora direttore e Bracci e le cui attività erano ben note alla vice direttrice Audiberti».
I giudici fanno anche l’elenco di queste mancanze: «Le distinte false consegnate da Bracci al cassiere, la possibilità per Petrillo di gestire il conto Carolina (società al centro del progetto immobiliare) con firme apocrife dei vertici della Srl (Nicola Pagliuca e la moglie Letizia Luci), il credito milionario concesso a una scatola vuota senza che alla centrale di San Miniato qualcuno si chiedesse su quali garanzie si basava, le informazioni false che nessuno alla centrale controllava, i conti impazziti, la fideiussione ottenuta con l’inganno e quella ottenuta con la minaccia».
Per capire la genesi della truffa il collegio presieduto dalla giudice Maria Giuliana Civinini parte da una data precisa, il 9 gennaio 2008, giorno in cui il progetto immobiliare prende forma e sostanza economica, attraverso il rogito del contratto di mutuo per la realizzazione del complesso residenziale alle porte di Collesalvetti.
Il risultato di quell’atto – secondo i giudici – ha queste conseguenze: «Una società con un capitale sociale di 4.500 euro (la Carolina Srl) il cui rappresentante legale è una casalinga (Letizia Luci) il cui procuratore speciale è un muratore protestato (Nicola Pagliuca) che nella sua storia professionale vanta piccoli lavori di muratura, che è proprietaria di una di terreno (1530 metri quadrati) e di una capacità edificatoria (2290 mq), acquisti in permuta di cosa futura da consegnarsi entro un termine essenziale e due terreni o capacità edificatoria, è titolare di un finanziamento di due milioni di euro».
Insomma, detto in soldoni – secondo il Tribunale – il progetto parte già zoppo. Tanto che – aggiungono – «le modalità con cui l’operazione è stata costruita e gestita escludono che si sia davanti a un piano imprenditoriale andato male, ma indicano con precisione che vi è stata una pianificazione di quello che, dal lato degli imputati è stato fonte di profitti illeciti, e, dal lato degli acquirenti e dei creditori, si è rivelato un enorme disastro». Destinato ad andare ora in Appello.
@fedelazzotti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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