Il Tirreno

Pontedera

Stefania, prof negli Stati Uniti a soli 32 anni

Giacomo Pelfer
Stefania Gori, professoressa all'Università di Cincinnati: in questa foto è al Cern di Ginevra
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Stefania Gori, professoressa all'Università di Cincinnati: in questa foto è al Cern di Ginevra

Originaria di Fornacette, si è laureata a Pisa in fisica, poi la decisione di trasferirsi all’estero

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FORNACETTE. Fino al mese di aprile ha insegnato di fronte ad una platea di studenti che hanno poco meno della sua età. In questi giorni, invece, vola da una parte all’altra dell’Atlantico per partecipare a incontri e conferenze, con tutta la serenità di chi è sicuro di aver fatto la scelta giusta per sé e per la propria vita, inseguendo inclinazioni e capacità per raggiungere la propria dimensione. Per riuscirci non c’ha pensato due volte: è volata negli Stati Uniti e alla fine non è più tornata, approfittando delle opportunità di un sistema dove il merito è solo la normalità e non uno slogan da campagna elettorale.

È la storia di Stefania Gori, 34enne originaria di Fornacette, che è diventata docente di fisica all’Università di Cincinnati, nell’Ohio. Laureata con lode alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Stefania è un esempio di quella fuga di cervelli che il nostro sistema educativo continua a esportare. Una strada quasi obbligata per chi vuol fare ricerca senza farsi imbrigliare, ottenendo le giuste gratificazioni senza attendere di avere i capelli bianchi. Fin da subito, del resto, la scelta di andare all’estero almeno per un po’ è stata per Stefania un passaggio naturale. Dopo la laurea e il master in fisica teorica alla Normale, il suo percorso di studi è proseguito con un dottorato di ricerca al Tum di Monaco di Baviera. A quel punto la decisione di volare in America, con un assegno di ricerca all’Università di Chicago, durato tre anni, seguito da altri due al Perimeter Institut di Waterloo, in Canada. Poi, all’età di 32 anni, la selezione e l’assunzione all’Università di Cincinnati, seguita da un finanziamento di ben 400mila euro per sostenere un progetto di ricerca di durata quinquennale.

Professoressa Gori, rispetto alla situazione che viviamo in Italia la rapidità e il successo del suo percorso lasciano stupefatti. Come mai proprio negli Usa?

«Per il tipo di ricerca che faccio ho sempre visto gli Stati Uniti come un’occasione, come una possibile esperienza di lavoro da provare, anche per la possibilità di muovermi e di entrare in contatto con più istituzioni. Così, nel 2010, a 27 anni, ho preso e mi sono trasferita».

Di cosa si occupa nel concreto un ricercatore di fisica teorica?

«Il nostro lavoro è legato allo studio sulle particelle elementari che rappresentano la base della materia, reso noto negli ultimi anni dall’attività del Cern di Ginevra. Le nostre teorie predicono l’esistenza di particelle ancora sconosciute, per esempio la cosiddetta materia oscura di cui pensiamo sia composto in parte l’universo».

Anche in Italia esiste una ricerca di alto livello su questi temi. Ma per i giovani è più difficile affermarsi? O è un luogo comune?

«Certo, in Italia ci sono molti gruppi di ricerca di buon livello, a cominciare proprio dalla Scuola Normale dove un paio di docenti hanno caratterizzato le scoperte degli ultimi anni. Gli stessi che mi hanno fatto appassionare a questo tipo di ricerca. Diciamo che in Italia, almeno dal mio punto di vista, è più difficile per i giovani riuscire a farne parte e dare un contributo importante allo sviluppo della ricerca».

Cos’è che l’ha colpita di più del sistema americano?

«È un mondo accademico accogliente, dove ti senti davvero libera di fare la ricerca in cui credi. Un ambiente prima di tutto dinamico, che ti permette di avere le risorse per muoverti e collaborare con vari enti. Un ambiente che di per sé ti porta a far bene».

Come si riesce a diventare professori universitari a soli 32 anni?

«Ogni anno nelle università americane si liberano alcuni posti. Se ti vuoi candidare devi inviare il tuo curriculum e, se vieni selezionato, sostenere un colloquio di lavoro. Di solito i nuovi professori sono poco più che trentenni. Per chi non ci riesce quando ha questa età, dopo diventa più difficile».

Una bella gratificazione professionale ma, immaginiamo, anche economica.

«Decisamente». (Ride)

Quanta differenza c’è nel compenso di un giovane docente universitario tra gli Stati Uniti e l’Italia?

«Rispetto al livello di un docente della mia età, siamo in un ordine compreso tra il doppio e il triplo rispetto all’Italia».

E quali sono le altre principali differenze?

«Sicuramente, come dicevo, è un sistema più dinamico: si sta in aula da settembre ad aprile e poi si viaggia molto per partecipare a incontri e conferenze, grazie ad un sistema di finanziamenti che te lo permette. Inoltre non ci sono differenze con i docenti più anziani: siamo trattati tutti allo stesso modo, a cominciare proprio dai finanziamenti».

Allora quale consiglio si sente di dare ai giovani? Andare all’estero è davvero una strada obbligata?

«Dipende dalle prospettive personali. Se uno si rende conto di poter avere delle buone opportunità fuori dall’Italia allora lo suggerirei, ma è anche importante che ciascuno possa essere felice nel luogo dove vive e dove lavora. Sotto questo aspetto non avrebbe senso andare forzatamente all’estero. Io, arrivata a questo punto della mia carriera, penso sia stata una buona decisione. Per il futuro vedremo».
 

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