Il dolore
«I cavi della corrente non erano segnalati»
Ancora un’udienza per chiarire le responsabilità per la morte dell’uomo folgorato mentre pescava
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PONTEDERA. La linea elettrica che passa vicino al laghetto “Nemo” nella zona dell’ex fornace Braccini non era segnalata. Non solo: non era nemmeno stata indicata nella carte degli uffici tecnici che poi sono servite al Comune per dare in gestione l’area.
È quanto è emerso durante l’udienza che si è svolta ieri mattina in tribunale a Pisa per fare luce sulle responsabilità nella morte di Giorgio Donati, di Palaia, 50 anni, ucciso dalle scariche della corrente elettrica, mentre pescava sulle sponde di un laghetto vicino all’ex fornace Braccini a Pontedera. Era metà agosto 2013, la canna da pesca di Donati urtò i cavi della corrente. La vittima si era fermata sotto a un traliccio ed era andata incontro alla morte. Di chi la colpa di quella tragedia? Poteva essere evitata? Il processo ancora non dà risposte e dopo l’udienza di ieri è stato di nuovo aggiornato al 26 aprile dell’anno prossimo per ascoltare i testi della difesa e di nuovo al 10 maggio per la discussione.
Nessuno, a cominciare dal Comune che è rimasto fuori dall’inchiesta anche se proprietario dell’area, vuole prendersi la responsabilità di una morte che resta assurda. I familiari della vittima hanno chiesto un risarcimento di un milione e centomila euro. Finora solo l’assicurazione dell’associazione sportiva “Nemo” ha pagato un risarcimento di circa 550mila euro.
Il rappresentante legale del circolo sportivo, Massimo Fiore, di San Miniato, è finito a processo – per omicidio colposo – insieme a Daniele Bini, di Pontedera, legale rappresentante dell’associazione temporanea di impresa che gestisce il complesso dei laghi Braccini. Dopo la morte nessun cartello era però stato trovato sulle sponde del lago a segnalare il pericolo. E le sponde vicino ai tralicci della corrente erano di facile e libero accesso per chi frequentava il laghetto artificiale. I cartelli con i divieti sono stati installati dopo la tragedia, su richiesta dei carabinieri. Il giorno successivo gli operai si misero al lavoro e tagliarono anche un grosso albero, visto che la Procura non aveva disposto il sequestro dell’area.
Ieri il consulente del pubblico ministero ha illustrato l’esito del suo lavoro e ribadito che il pericolo non era stato in alcuni modo segnalato. Il responsabile del Comune che aveva firmato la convenzione con l’Ati ha detto che non sapeva della presenza dei cavi della corrente vicino al lago, mentre l’architetto dell’Ati ha detto che quel traliccio in una delle pratiche da lui consultate risultava presente.
La parte civile ha anticipato che nelle conclusioni non cui sarà la richiesta danni nei confronti di Fiore visto che l’assicurazione ha già risarcito. (s. c.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
È quanto è emerso durante l’udienza che si è svolta ieri mattina in tribunale a Pisa per fare luce sulle responsabilità nella morte di Giorgio Donati, di Palaia, 50 anni, ucciso dalle scariche della corrente elettrica, mentre pescava sulle sponde di un laghetto vicino all’ex fornace Braccini a Pontedera. Era metà agosto 2013, la canna da pesca di Donati urtò i cavi della corrente. La vittima si era fermata sotto a un traliccio ed era andata incontro alla morte. Di chi la colpa di quella tragedia? Poteva essere evitata? Il processo ancora non dà risposte e dopo l’udienza di ieri è stato di nuovo aggiornato al 26 aprile dell’anno prossimo per ascoltare i testi della difesa e di nuovo al 10 maggio per la discussione.
Nessuno, a cominciare dal Comune che è rimasto fuori dall’inchiesta anche se proprietario dell’area, vuole prendersi la responsabilità di una morte che resta assurda. I familiari della vittima hanno chiesto un risarcimento di un milione e centomila euro. Finora solo l’assicurazione dell’associazione sportiva “Nemo” ha pagato un risarcimento di circa 550mila euro.
Il rappresentante legale del circolo sportivo, Massimo Fiore, di San Miniato, è finito a processo – per omicidio colposo – insieme a Daniele Bini, di Pontedera, legale rappresentante dell’associazione temporanea di impresa che gestisce il complesso dei laghi Braccini. Dopo la morte nessun cartello era però stato trovato sulle sponde del lago a segnalare il pericolo. E le sponde vicino ai tralicci della corrente erano di facile e libero accesso per chi frequentava il laghetto artificiale. I cartelli con i divieti sono stati installati dopo la tragedia, su richiesta dei carabinieri. Il giorno successivo gli operai si misero al lavoro e tagliarono anche un grosso albero, visto che la Procura non aveva disposto il sequestro dell’area.
Ieri il consulente del pubblico ministero ha illustrato l’esito del suo lavoro e ribadito che il pericolo non era stato in alcuni modo segnalato. Il responsabile del Comune che aveva firmato la convenzione con l’Ati ha detto che non sapeva della presenza dei cavi della corrente vicino al lago, mentre l’architetto dell’Ati ha detto che quel traliccio in una delle pratiche da lui consultate risultava presente.
La parte civile ha anticipato che nelle conclusioni non cui sarà la richiesta danni nei confronti di Fiore visto che l’assicurazione ha già risarcito. (s. c.)
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