Sicurezza
La via della riconciliazione spiegata da mamma Irene
La madre del giovane che uccise un carabiniere ha incontrato i liceali del Montale e ha raccontato il rapporto che è riuscita a instaurare con la vedova della vittima
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PONTEDERA. “Perdono e riconciliazione”. Un tema impegnativo su cui i ragazzi delle classi IV e V delle scienze umane e dell’indirizzo economico del liceo Montale di Pontedera si sono confrontati, ieri mattina, nel corso dell’incontro con Irene Sisi dell’associazione #Amicainoabele e l’arcivescovo di Pisa, monsignor Giovanni Paolo Benotto, alla presenza della dirigente scolastica, Lucia Orsini.
Si può perdonare chi ha ucciso? Cosa può fare la forza del perdono? La storia di Irene Sisi, di Cerreto Guidi, è signicativa ed è testimonianza attiva di quanto sia difficile, ma al tempo stesso possibile, intraprendere la strada della riconciliazione. Irene, 41 anni, mamma di Matteo Gorelli, ha raccontato come si è avvicinata a Claudia Francardi, 47 anni, vedova del carabiniere ucciso vicino al rave party di Sorano il 25 aprile 2011, l’appuntato scelto Antonio Santarelli. Irene è la mamma del ragazzo che l’ha ucciso, Matteo Gorelli, 25 anni, condannato a venti anni per questo omicidio. Due famiglie distrutte dal dolore. Entrambe hanno iniziato un percorso di riconciliazione, il dolore che supera l’odio e la rassegnazione. E che diventa, grazie anche alla fede che le accomuna, una fonte di nuova luce. E così diventa importante in questo contesto anche il recupero di Matteo, già ospite nella comunità di don Antonio Mazzi a Milano. Una storia difficile da più punti di vista, per alcuni anche solo da comprendere. «Racconto la mia esperienza perché possa essere di aiuto a chi si trova a vivere situazioni simili». E l’arcivescovo, anche nel rispondere alle molte domande degli studenti interessati al rapporto madre figli così come agli aspetti del dolore, ha insistito sulla necessità di considerare il perdono come un dono e la riconciliazione come il riscatto di fronte ad un individualismo sempre più esasperato.
«La frase che porto a casa e che mi sono scritto sull’agenda è questa: “Non dobbiamo mai lasciarci bloccare nella disponibilità a metterci in gioco! ” , è il pensiero della professoressa Maria Teresa Finisguerra, una delle insegnanti che ha preparato gli studenti a questo incontro insieme ai colleghi Francesco Terreni, Maria Rosaria Valentinotti e Andrea Ascani. Una giornata di scuola diversa dalle altre per questi studenti che ora avranno modo di riflettere su una storia vera, figlia dei nostri tempi. Un aiuto, una mano tesa, alle vittime di violenza. L’incontro di due punti di vista, spesso inconciliabili: il dolore visto sia dalla parte di chi subisce un lutto dopo una violenza e di chi, invece, quella violenza l’ha messa in pratica. (s. c.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Si può perdonare chi ha ucciso? Cosa può fare la forza del perdono? La storia di Irene Sisi, di Cerreto Guidi, è signicativa ed è testimonianza attiva di quanto sia difficile, ma al tempo stesso possibile, intraprendere la strada della riconciliazione. Irene, 41 anni, mamma di Matteo Gorelli, ha raccontato come si è avvicinata a Claudia Francardi, 47 anni, vedova del carabiniere ucciso vicino al rave party di Sorano il 25 aprile 2011, l’appuntato scelto Antonio Santarelli. Irene è la mamma del ragazzo che l’ha ucciso, Matteo Gorelli, 25 anni, condannato a venti anni per questo omicidio. Due famiglie distrutte dal dolore. Entrambe hanno iniziato un percorso di riconciliazione, il dolore che supera l’odio e la rassegnazione. E che diventa, grazie anche alla fede che le accomuna, una fonte di nuova luce. E così diventa importante in questo contesto anche il recupero di Matteo, già ospite nella comunità di don Antonio Mazzi a Milano. Una storia difficile da più punti di vista, per alcuni anche solo da comprendere. «Racconto la mia esperienza perché possa essere di aiuto a chi si trova a vivere situazioni simili». E l’arcivescovo, anche nel rispondere alle molte domande degli studenti interessati al rapporto madre figli così come agli aspetti del dolore, ha insistito sulla necessità di considerare il perdono come un dono e la riconciliazione come il riscatto di fronte ad un individualismo sempre più esasperato.
«La frase che porto a casa e che mi sono scritto sull’agenda è questa: “Non dobbiamo mai lasciarci bloccare nella disponibilità a metterci in gioco! ” , è il pensiero della professoressa Maria Teresa Finisguerra, una delle insegnanti che ha preparato gli studenti a questo incontro insieme ai colleghi Francesco Terreni, Maria Rosaria Valentinotti e Andrea Ascani. Una giornata di scuola diversa dalle altre per questi studenti che ora avranno modo di riflettere su una storia vera, figlia dei nostri tempi. Un aiuto, una mano tesa, alle vittime di violenza. L’incontro di due punti di vista, spesso inconciliabili: il dolore visto sia dalla parte di chi subisce un lutto dopo una violenza e di chi, invece, quella violenza l’ha messa in pratica. (s. c.)
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