Sicurezza
La Medea di Lavia una sfida contro soprusi e violenze
di ENZA SPADONI
L’urlo delle donne in una Medea sempre attuale. Si può ancora parlare di teatro di regia oggi che si lamenta l’assenza dei grandi maestri? E come ci si confronta con i grandi classici senza tema di...
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L’urlo delle donne in una Medea sempre attuale. Si può ancora parlare di teatro di regia oggi che si lamenta l’assenza dei grandi maestri? E come ci si confronta con i grandi classici senza tema di risultare anacronistici e non interessanti?
Gabriele Lavia con la sua Medea vince, a mio avviso, la sfida e ancora una volta il Teatro Era dimostra la grande qualità delle sue scelte culturali e artistiche. Una rappresentazione densa di una carica emotiva difficile da dimenticare, grazie innanzitutto alla forza interpretativa di Federica Di Martino, nei panni di Medea: il cui urlo contro ogni meschinità ed egoismo dell’uomo vibra a quasi 2500 anni dalla scrittura di Euripide. E risuona contemporaneo nella perfetta traduzione di Maria Grazia Ciani, con cui l’intensa Di Martino ha dato corpo alla follia di una donna offesa, “Tra tutte le creature che hanno un’anima e un cervello, noi donne siamo senz’altro le più infelici”; e grazie anche a una scenografia plumbea che nelle sue tinte rugginose e risuonanti riflette il labirinto oscuro dell’abitazione umana, quello in cui Medea si dimena, cade, si rialza, si trascina sospinta da un dolore cieco, devastante. Vittima del suo stesso furore, Medea è Donna di ogni tempo che soffre in modo atroce lo svilimento della sua dignità, nella disperazione malata e avvilita dall’Uomo che l’ha tradita. La Medea di Lavia divorata dal dolore attinge alimento dal fondo dei suoi abissi e del tempo, delusa da secoli di ignoranza e di ingiustizia della società sulla donna. “Una donna piena di paura non sa usare la forza, ma quando una donna è ferita non c’è cuore più violento e sanguinario del suo. Coraggio, Medea, non risparmiare nulla di ciò che sei, — invoca il coro, scenograficamente perfetto — , la vita delle donne dovrà cambiare: nessuna offesa dovrà mai più ferirle”. Chiaramente emerso nell’adattamento di Lavia, attualizzandolo in un’epoca in cui è il femminicidio è una piaga è in fondo proprio quella mancanza di rispetto nei confronti della donna a cui Medea non s’arrende per affermare una propria identità.
Gabriele Lavia con la sua Medea vince, a mio avviso, la sfida e ancora una volta il Teatro Era dimostra la grande qualità delle sue scelte culturali e artistiche. Una rappresentazione densa di una carica emotiva difficile da dimenticare, grazie innanzitutto alla forza interpretativa di Federica Di Martino, nei panni di Medea: il cui urlo contro ogni meschinità ed egoismo dell’uomo vibra a quasi 2500 anni dalla scrittura di Euripide. E risuona contemporaneo nella perfetta traduzione di Maria Grazia Ciani, con cui l’intensa Di Martino ha dato corpo alla follia di una donna offesa, “Tra tutte le creature che hanno un’anima e un cervello, noi donne siamo senz’altro le più infelici”; e grazie anche a una scenografia plumbea che nelle sue tinte rugginose e risuonanti riflette il labirinto oscuro dell’abitazione umana, quello in cui Medea si dimena, cade, si rialza, si trascina sospinta da un dolore cieco, devastante. Vittima del suo stesso furore, Medea è Donna di ogni tempo che soffre in modo atroce lo svilimento della sua dignità, nella disperazione malata e avvilita dall’Uomo che l’ha tradita. La Medea di Lavia divorata dal dolore attinge alimento dal fondo dei suoi abissi e del tempo, delusa da secoli di ignoranza e di ingiustizia della società sulla donna. “Una donna piena di paura non sa usare la forza, ma quando una donna è ferita non c’è cuore più violento e sanguinario del suo. Coraggio, Medea, non risparmiare nulla di ciò che sei, — invoca il coro, scenograficamente perfetto — , la vita delle donne dovrà cambiare: nessuna offesa dovrà mai più ferirle”. Chiaramente emerso nell’adattamento di Lavia, attualizzandolo in un’epoca in cui è il femminicidio è una piaga è in fondo proprio quella mancanza di rispetto nei confronti della donna a cui Medea non s’arrende per affermare una propria identità.
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