La preghiera laica di Maria Cassi al teatro Verdi
di MASSIMILIANO BERTELLI
In una serata che non era affatto burrascosa, venerdì 7 aprile, mi sono immerso nella notte buia e tempestosa, rumorosa, narrata da Maria Cassi nello spettacolo teatrale Schegge (produzione: Teatro...
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In una serata che non era affatto burrascosa, venerdì 7 aprile, mi sono immerso nella notte buia e tempestosa, rumorosa, narrata da Maria Cassi nello spettacolo teatrale Schegge (produzione: Teatro Franco Parenti, Compagnia Maria Cassi, Circolo Teatro del Sale). Riprendendo una frase della protagonista, Schegge è una “partitura di musica contemporanea” che inizia con riflessioni metateatrali, facendo entrare lo spettatore nell’officina dell’artista, si snoda nella descrizione di un quartiere e dei suoi bizzarri abitanti – fra i quali spicca la stessa Cassi – con le loro note stramberie, che ce li fanno sentire così vicini e reali, e si chiude con un inno alla felicità e alla vita che abbraccia luoghi e persone, indistintamente, che coccola il mondo e fa in modo che “ognuno faccia la sua preghiera” e sia possibile rispecchiarsi nell’altro.
Una preghiera laica, che Maria Cassi gestisce impeccabilmente, attraverso mille trasformazioni auto/ironiche, recitando, cantando e ballando su un palco con scenografia minimalista (poche sedie, un tavolino, un leggio, un manifesto con la parola musica scritta al rovescio), accompagnata soltanto dalla chitarra vivace ed esperta di Marco Poggiolesi.
Le schegge del quartiere di Firenze (ma che potrebbe essere qualsiasi quartiere di qualsiasi città, con le sue bellezze e altrettante miserie) colpiscono lo spettatore e veicolano a tratti risa e a tratti riflessioni e rimandano al quadro della Firenze accogliente e postmoderna dipinto da Pier Vittorio Tondelli, una Firenze dove poco prima dell’alba “cala il torpore, la stanchezza.
Il centro della città, il suo vecchio cuore millenario si irrigidisce nel silenzio e, priva di vita, ancora una notte si accascia”. Silenzio, finalmente. Sipario.
Magnifica chiusura della stagione di prosa 2016-2017 del Teatro comunale Verdi di Santa Croce sull’Arno.
Una preghiera laica, che Maria Cassi gestisce impeccabilmente, attraverso mille trasformazioni auto/ironiche, recitando, cantando e ballando su un palco con scenografia minimalista (poche sedie, un tavolino, un leggio, un manifesto con la parola musica scritta al rovescio), accompagnata soltanto dalla chitarra vivace ed esperta di Marco Poggiolesi.
Le schegge del quartiere di Firenze (ma che potrebbe essere qualsiasi quartiere di qualsiasi città, con le sue bellezze e altrettante miserie) colpiscono lo spettatore e veicolano a tratti risa e a tratti riflessioni e rimandano al quadro della Firenze accogliente e postmoderna dipinto da Pier Vittorio Tondelli, una Firenze dove poco prima dell’alba “cala il torpore, la stanchezza.
Il centro della città, il suo vecchio cuore millenario si irrigidisce nel silenzio e, priva di vita, ancora una notte si accascia”. Silenzio, finalmente. Sipario.
Magnifica chiusura della stagione di prosa 2016-2017 del Teatro comunale Verdi di Santa Croce sull’Arno.
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