Gioco
Michele, ponsacchino che ha portato la pizza nel nord Thailandia
Arrighi aveva aperto un locale italiano a Chiang Mai ma ha deciso di lasciare dopo alcune disavventure
PONSACCO. Se c'è una cosa che a Michele Arrighi, quarantunenne di Ponsacco, non manca è il coraggio. Insieme alla voglia di rimboccarsi le maniche. Nella vita ha fatto di tutto per guadagnarsi da vivere: dal militare di carriera all'autotrasportatore. Avendo sposato una thailandese, Arrighi ha deciso di trasferirsi con la famiglia a Chiang Mai, una delle città più grandi della Thailandia del nord, dove ha deciso di investire sull'italianità nel settore gastronomico. Lui e la sua famiglia sono rimasti a Chiang Mai dal 2012 a quest’anno.
Signor Arrighi, per quale motivo ha tentato questa avventura?
«Ho deciso di investire i miei soldi in una pizzeria. Le soddisfazioni lavorative non sono mancate, così come la clientela».
Differenze a livello commerciale con il nostro paese?
«Sicuramente una burocrazia molto più leggera».
Difficoltà ad ambientarsi?
«Le persone sono molto riservate, non danno confidenza. Comunque sia, rispettando le loro tradizioni sono riuscito a farmi accettare. Ho anche lavorato nella polizia turistica locale, a titolo gratuito, per farmi ben volere».
Come vive uno straniero in Thailandia?
«Lo straniero viene considerato una sorta di bancomat. C'è molto razzismo. Se non sei thailandese, vieni tollerato fino a quando hai soldi e non infrangi le regole. Per chi sgarra le pene sono severissime».
Quali le difficoltà come imprenditore?
«Avevo un visto business per gestire la mia pizzeria; ma le difficoltà non mancano per un imprenditore straniero. Innanzitutto serve un socio thailandese, sempre di maggioranza, in ogni attività. Si può assumere un dipendente straniero ogni cinque thailandesi. Il disagio più grosso deriva dal fatto che come straniero non puoi "maneggiare" denaro; neanche quello della tua attività. Solo il socio thailandese può farlo».
Che cosa le è successo?
«L'ufficio dell'immigrazione mi ha "incastrato", fotografandomi mentre facevo i resti alla cassa. Così io e mia moglie siamo finiti dentro. Le carceri thailandesi sono terribili: stanzoni sporchi con decine di persone ammassate».
Come ne è uscito?
«Semplice: pagando. In Thailandia la corruzione è elevatissima».
Per questo ha deciso di tornare in Italia?
«Sicuramente per la brutta esperienza della prigione, ma anche per altri motivi. Vivere in Thailandia, se hai una famiglia, è molto costoso. Scuole e sanità pubbliche sono pessime; servono un’assicurazione per la salute e costose scuole private per i figli. I figli di sangue misto, come nel mio caso, sono thailandesi di "serie B". Essere italiani per metà significa non poter accedere a concorsi o incarichi pubblici».
Com'è andata a finire?
«Con mia moglie ci siamo lasciati; lei è rimasta a lavorare in Thailandia, io ne sono tornato in Italia. Oggi, grazie all'aiuto dei miei genitori Sergio e Anna Maria, riesco a lavorare e mandare avanti la famiglia».
Consiglierebbe a un imprenditore italiano la Thailandia? «Assolutamente no. Nel sud-est asiatico ci sono paesi molto più accoglienti: Cambogia, Vietnam e Birmania. Comunque sia, verrò ricordato come il ponsacchino che ha portato la pizza al taglio italiana a Chiang Mai».
Gabriele Gasperini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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