Gioco
«Andai nella mia ditta ma nessuno mi avvisò del pericolo in arrivo»
Noè Marinari, artigiano storico e imprenditore di Ponsacco ricorda il drammatico 4 novembre di cinquant’anni fa
PONSACCO. Noè Marinari, ponsacchino, classe 1930, artigiano e titolare fino al 2000 dell'omonima ditta di mobili vicino via Chiavaccini, il 4 novembre del '66 si trovò in mezzo al diluvio e poi all’inondazione causata dall’Era.
Il fiume di fango invase il mobilificio di Noè, pur avendo chiuso le vie di uscita con tavole di legno murate con cemento a presa rapida da lui e dai dipendenti, che si trovarono improvvisamente in questa calamità. Era presente anche il fratello di Noè, Giovanni, e tutti cercarono di collaborare per salvare il salvabile, ma il mobilio andò perso, perché entrarono circa 30 cm di acqua fangosa. Al centro della ditta fu scavata anche un buca per raccogliere l'acqua con l'aiuto dell'amico Renzo Gioli, che aveva telefonato in sede, ed era arrivato a Ponsacco passando da S. Pietro Belvedere, poi per Camugliano, fino da Noè per portare una pompa e far uscire l'acqua dalle porte del capannone.
Noè Marinari è stato presidente della Mostra del Mobilio dal '55 fino al '67, oltre che infaticabile artigiano del mobile. È sposato con Marilena, ha due figli e nipoti. Ha iniziato a lavorare a 14 anni nella Cooperativa Terrazzieri. Ha svolto il servizio di leva a 21 anni e ha imparato il “mestiere” dai più famosi artigiani ponsacchini: Romolo e Remo Daini, Sabatino Bani. Poi si è reso indipendente con la ditta "Noè Marinari" in via Chiavaccini.
«C'erano anche tanti giovani che venivano ad imparare da noi alla ditta - racconta - e ci servivamo alla segheria di Agostino Panicucci per tagliare il legname a misura, dove tutti i falegnami locali arrivavano con il carretto. La ditta che avevo fondato era sulla terra, che mi lasciò mio padre, Giuseppe. Si fabbricavano camere matrimoniali e per ragazzi, soggiorni. Ho vissuto anche la Seconda Guerra Mondiale con i bombardamenti, gli spari degli aerei americani contro il camion di tedeschi per costringerli alla ritirata. Gli aerei planavano bassi sfiorando i tetti, anche vicino alla casa di riposo "Giampieri", e mitragliavano. Mia madre mi salvò dai bombardamenti spingendomi in un fosso, ma in via Chiavaccini ci furono molti morti. Ricordo il suono dell'allarme e le corse per ripararsi dai bombardamenti».
«Sono contento di essere vivo. Fu un grande spavento per tutti noi veder arrivare pian piano questo fiume di acqua fangosa lungo via Chiavaccini, sia alla mia ditta, che alla mia vicina abitazione - spiega Noè Marinari- e mia moglie dalla mattina la rividi la sera. La mattina del 4 novembre '66 andai a lavorare come al solito con altri quattro dipendenti, ma nessuno ci avvisò del pericolo, che stava arrivando. L'alluvione colpì duramente l'area della città del mobile al di là del ponte: abitazioni e laboratori artigiani di falegnami, negozi. Iniziò ad arrivare l'acqua in ditta, ma volli andare a vedere anche alla mia casa lì vicino. Uscii con l'acqua alla pancia e a fatica arrivai. Cercai di sollevare sui mobili in alto quello che potei, per ritornare dai miei dipendenti. Il telefono funzionava e ci chiamavano gli amici, volevano venirci ad aiutare, ma non riuscivano, perché fuori c'era già l'acqua alta. Bloccammo le uscite con tavole di legno e cemento a presa rapida. Il pavimento gonfiava, allora ci spostammo sopra piattaforme cariche di mobili. Venne ad aiutarci anche Giancarlo Aringhieri, ponsacchino, e sul carretto caricò noi dipendenti fino al ponte del fiume Cascina. Nella ditta si salvarono le macchine, ma non i mobili. La mia auto '600' fu sommersa nel piazzale. Abbiamo avuto tanti danni, ma nessun risarcimento. Dopo il '66 fu costruito l'argine del fiume Era, ma nel 2014 c'è stata la rottura e un'altra alluvione. I miei figli abitano in quella zona, per fortuna sono riusciti a salvaguardare la casa. Il mio orto è stato allagato».
Elena Iacoponi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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