Il Tirreno

Pontedera

La pronta “risurrezione” della Piaggio

di ANDREA LANINI
La pronta “risurrezione” della Piaggio

In tanti pensavano che l’azienda non ce l’avrebbe fatta, invece ripartì a tempo di record

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di ANDREA LANINI

In tanti pensavano che la Piaggio non ce l'avrebbe fatta. Macchinari e mezzi e intere linee di produzione resi inservibili dall'acqua fangosa del fiume Era. 4 novembre 1966: il fiume Era straripa e mette Pontedera in ginocchio, e la Piaggio alle corde. Lì, dentro i capannoni che il mondo conosce come "casa" della Vespa, il gorgo di melma e nafta che all'improvviso si materializza fa milioni di danni nel giro di pochi minuti. Dopo lo scempio della guerra, un altro disastro di proporzioni inimmaginabili.

Nel 2006, durante il suo intervento in occasione del quarantennale dell'alluvione, l'allora sindaco di Pontedera Paolo Marconcini ricordò che «la Piaggio, in quel frangente, rischiò seriamente di chiudere i battenti. Si temeva una ripresa tardiva e molto onerosa. Ma i lavoratori furono i nostri "angeli del fango": senza troppa visibilità, ma senza fermarsi un secondo, in pochi giorni rimisero in piedi lo stabilimento». Alle 14.30 di venerdì 4 novembre 1966, l'argine del fiume Era cede alla "Montagnola": lo stabilimento Piaggio, che dista, poche centinaia di metri, è raggiunto in pochi istanti. L'enorme massa di acqua, fango e detriti che l'alluvione porta con sé investe la fabbrica, s'insinua in tutta la produzione, sommerge le linee di produzione, i reparti, gli uffici, gli archivi. Tutto ciò che si trova all'interno dell'azienda viene coperto da un metro e mezzo di scura poltiglia liquida. Che, una volta defluita - per entrare all'interno della fabbrica bisognerà aspettare la mattina di domenica 6 novembre - lascerà dietro di sé un agghiacciante scenario di distruzione. Ma gli operai e le operaie della Piaggio non si danno per vinti. Grazie alla tenace volontà dei suoi dipendenti, l'industria simbolo della città si rimette in piedi a tempo di record.

A circa un mese dai fatti del 4 novembre, lo stabilimento è pronto a riprendere la produzione. Di lì a un anno, l'azienda lancerà sul mercato il suo nuovo motociclo "Ciao". Le cronache del novembre 1966 raccontano che, in città, nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4, nessuno dormì. L'Arno cresceva di ora in ora. Sei metri alle 0.30, sette metri alle 2, sette metri e 90 alle 3. Da Firenze arrivano notizie sempre più allarmanti. A Pontedera l’Era rompe alla Montagnola. Macchinari inservibili, mota ovunque, linee bloccate, merce avariata, archivi devastati. È il ritratto della Piaggio di quelle ore. La salveranno i suoi angeli in tuta blu. Come altri caparbi operai, nel resto della provincia, faranno l'impossibile per salvare il futuro delle aziende e, insieme, il lavoro. Come nella zona del cuoio, dove, nelle ore dell'inondazione, si forma una gigantesca catena umana per portare tonnellate di sale a Castelfranco e Santa Croce. Servivano per conciare, in una disperata lotta contro il tempo, le oltre duecentomila pelli fresche che il fango aveva sommerso e che, a strettissimo giro, sarebbero risultate irrecuperabili. Anche gli angeli della pelle riuscirono nella loro impresa. Il distretto del cuoio, come la Piaggio, fu più forte dell'alluvione.

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