Il Tirreno

Pontedera

La Spoon River di Pontedera riscalda i cuori

Grande partecipazione alla serata dedicata al ricordo dei concittadini organizzata dal Tirreno

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PONTEDERA. «È la nostra Spoon River». L’immagine è secca, precisa. E inevitabile, visto che ci troviamo alla serata di presentazione dei pontederesi inseriti in una lista da cui attingere per l’intitolazione delle sette strade previste nel complesso residenziale Green Park che sta sorgendo a fianco della zona degli impianti sportivi. È Manrico Ferrucci a richiamare il classico di Edgar Lee Masters, che racchiude poesie in forma di epitaffi delle persone sepolte nel cimitero di un immaginario piccolo centro del Midwest americano. Una citazione spontanea mentre racconta suo padre Ivo, storico giornalista del Tirreno. Una delle tantissime presentazioni di pontederesi che con la loro vita, attraverso l’impegno quotidiano hanno contribuito a creare la comunità di questa città.

Doveroso, per chi ne ha ereditato il mestiere, partire da Ivo Ferrucci per descrivere una serata che ha riunito il ricordo di 36 pontederesi più o meno illustri, sicuramente importanti per la città, di cui 24 rappresentati da parenti e amici. Con i loro racconti è stato come salire sulla macchina del tempo. Chiudendo gli occhi si poteva vedere il giornalista prendere appunti durante una partita del suo amato Pontedera. «Interminabili domeniche a guardare partite, a parlare con i tifosi, a vivere una vita piena. Con qualche amarezza ma, anche sul letto di morte, con una copia del Tirreno vicina», ha detto Manrico Ferrucci.

E sembrava di vedere anche il musicista, scultore e pittore Loris Lanini discutere nel suo laboratorio della casa di piazza Garibaldi insieme a Renato Guttuso («Che lo andava a trovare spesso», come ha detto il nipote Alessandro) oppure con il padre della Vespa, Corradino D’Ascanio. «A volte, quando sono in casa, lo cerco perché mi sembra che sia lì vicino a me - ha aggiunto emozionandosi Alessandro Lanini, affermato pianista - e lo ricordo anche abile liutaio, costruttore di violini. Una volta provai a comprarne uno a un’asta. Valeva 25mila euro».

Vita vissuta in una Pontedera che fu e che ha saputo anche mettersi al servizio degli altri. Come nel caso di Renzo Maffei, figura storica dell’Arci, “presentato” da Carla Cocilova ed Emiliano Accardi: «Ti accorgi di quanto fosse stata grande la sua opera quando vai all’estero, in territori difficili come la Palestina. In molti posti trovi il suo nome affiancato a scuole per bambini o a strutture per l’assistenza alle popolazioni locali». Una Spoon River inevitabilmente variegata con politici, commercianti, operai della Piaggio, medici, sportivi e personaggi trasversali. È il caso di suor Ilaria Meoli, il cui ricordo è stato affidato alla sorella Simona. Un momento che ha toccato il cuore di tutti per una donna morta a 37 anni in un incidente stradale, mentre si trovava nella Repubblica Centroafficana, dove stava costruendo «il suo sogno, un ospedale», come ha raccontato la sorella. Medico infettivologo, scienziata e religiosa. Il tutto costruito in meno di quarant’anni. Una vita spezzata troppo presto, come quella di Paolo Calamai, artigiano e artista con la figlia Giulia che ne ha tracciato il profilo: «Pontedera oggi è una città che accoglie l’arte e l’aiuta a crescere. Negli anni Settanta, però, la città era molto diversa - ha detto - Era industriale, operaia e non abituata ad personaggi come mio padre che aveva imboccato la strada dell’arte facendone una ragione di vita».

Perché a quei tempi si dedicava davvero l’esistenza a qualcosa o a qualcuno. Nilo Pieracci, per esempio, ha vissuto per insegnare lo sport ai giovani, specialmente nel quartiere di Fuori del ponte. «Mi accorsi dell’importanza di mio padre nel giorno in cui è morto - ha sottolineato il figlio Fabrizio - Quando ho visto la locandina del giornale in cui se ne annunciava la scomparsa». Un’altra figura storica legata allo sport, Milvano Ribecai, è stato fatto rivivere attraverso la voce commossa della figlia Stefania: «Ci ha trasmesso l’amore per l’aria aperta, per la montagna, per l’impegno nella vita di tutti i giorni. È stato un esempio per tutti noi». E parlando di sport, un altro nome dei 36 è quello di Vasco Puccioni, del quale ha parlato il figlio Stefano: «Ha giocato nel Pontedera e poi ha fatto il grande salto nella Lucchese, in Serie A. Ma dopo tre anni ha avuto un infortunio al ginocchio, di quelli che a quei tempi non si curavano. A quel punto ha aperto un’azienda, che ancora oggi lavora per la Piaggio, a dimostrazione di una vita di successi. Tra l’altro - ha detto sorridendo rivolgendosi al sindaco Simone Millozzi - visto che il nuovo complesso residenziale sorgerà Fuori del ponte, quartiere in cui è nato e cresciuto mio padre, credo che possa avere più di una chance di ottenere l’intitolazione di una strada».

Risate, atmosfera amichevole, ma anche riflessioni profonde. Come quella proposta da Antonio Pasquinucci, bisnipote di Arturo, il fondatore dello storico marchio di porcellane: «Se siamo così tanti è perché questa iniziativa ha saputo valorizzare una comunità, riconoscendo le nostre individualità. Nei racconti di mio padre, Arturo era quello che col barroccio andava a vendere le sue creazioni. Ma è arrivato a costruire un’azienda che, malgrado tutto, continua a esistere dando lavoro a un bel po’ di persone». Se con Pasquinucci si è andati a una Pontedera davvero antica, con Masaniello Nencioni la macchina del tempo è arrivata addirittura al 1899. «È stato un pluridecorato della Grande guerra e ha fatto costruire il monumento ai caduti di piazza Garibaldi - ha detto il nipote Francesco, presente insieme al padre ottantenne Enrico - Ma la sorpresa per tutta la mia famiglia è stato vedere il suo nome nella lista dei candidati. E sapere che qualcuno si è ricordato di lui».

Impossibile, invece, non citare persone come Mina Boschi, la prima donna eletta nel consiglio comunale di Pontedera, raccontata dalla nipote Maria. Oppure Giuseppe Vivaldi, personaggio chiave della Dc pontederese, anche lui ricordato dalla nipote Michela. O come Teresa Mattei, eletta nell’Assemblea Costituente, la cui vita è stata descritta dal figlio Rocco.

Vite viste da vicino, come solo un parente stretto può fare. Quella di Gian Luigi Pecenco, medico e fondatore del reparto di pediatria dell’ospedale Lotti è vissuta di nuovo attraverso le parole della figlia Michela. O quella del ginecologo Vincenzino Blois, padre di Matteo che ha commosso tante donne presenti che lo conoscevano: «A 35 anni dalla sua morte mi capita ancora, spesso, di sentirmi chiedere se è un mio parente. E questo la dice lunga sul rapporto che ha saputo instaurare con le persone».

Chiara Menichetti, poi, ha saputo toccare le corde giuste della platea parlando del nonno Furio Tommasini, impresario edile: «È stato il costruttore dell’edilizia popolare di Fuori del ponte, tante che di viale Italia era solito dire “il mio viale”. Ma la sua è stata un’esistenza davvero da prendere a esempio. Da lui i giovani possono imparare che, con l’impegno, i sogni si possono realizzare davvero».

Andreas Quirici

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di Redazione web