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Pontedera

«Non sapevamo che c’era cocaina nel container»

«Non sapevamo che c’era cocaina nel container»

È la tesi di due imputati al processo per un traffico di droga dalla Colombia Nei guai un gruppo di imprenditori che avevano investito 20mila euro ciascuno

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SANTA CROCE. Ancora un’udienza, per sentire due degli imputati, al processo contro un gruppo di imprenditori del distretto industriale di Santa Croce sull'Arno e Fucecchio che aveva pensato di potersi finanziare vendendo la cocaina. Racimolando gli ultimi risparmi, avevano investito ciascuno 20mila euro, e avevano intrapreso, secondo le accuse, un nuovo commercio che apparentemente doveva sembrare di banane. Si erano fatti presentare a un gruppo colombiano da due fratelli di Ferrara, Ferdinando e Gianfranco Scremin, ambedue in semilibertà, legati alla Mala del Brenta. Ed erano riusciti a far arrivare in Italia un carico di 54 chili e mezzo di cocaina pura al 66,70%. Un notevole business, stroncato dalla Finanza che sequestrò nel container frigorifero che trasportava un carico di banane verdi fresche, tutto quel mare di neve. Questa la storia accertata nel luglio 2015.

Il processo contro i dodici imputati è ancora in corso. E si fa contro gli imprenditori Michele Belcari detto Miguel, di Cerreto Guidi, indicato come il promotore della associazione a delinquere; Marco Bigeschi, detto Bigio, procacciatore di affari di Fucecchio; Leonardo Cresti, detto Leo o Carla Fracci o D'Artagnan, di Santa Croce sull'Arno, autotrasportatore (metteva a disposizione per le riunioni il magazzino della sua Cargo Service); Silvano Mossenta, detto Silvan o Gusino, di San Miniato, titolare di un import-export; Donato Mecca, imprenditore edile di Altopascio; Mirko Vasoli di La Spezia, con precedenti arresti per cocaina; Enzo Pascoletti detto lo Zio, di Fucecchio. In carcere anche i fratelli Scremin, il portuale livornese Carlo Scotto, detto il Pesce Vecchio, che secondo le accuse doveva provvedere con alcuni complici a recuperare la cocaina dal container, e il colombiano Jorge Cardena Bermidez, bloccato a Fiumicino.

La Guardia di Finanza aveva seguito tutte le fasi della spedizione. La cocaina era arrivata a Livorno il 29 giugno sulla nave portacontainer Noble Rigel proveniente da Santo Domingo. Gli apprendisti trafficanti, due dei quali erano andati in precedenza in Colombia a presentarsi ai fornitori, seguivano da lontano, con un binocolo e con il cuore in gola, le attività di scarico dei 248 container ed erano riusciti a individuare il “loro”. Ma il 30 giugno era stato caricato sulla nave Anna Sophie Dede diretta a Catania. Ma la droga non c’era: la Guardia di Finanza li aveva preceduti. Cresti si era beccato un pugno da uno dei colombiani. Un clima di sospetto si è diffuso nel gruppo. Tutti contro tutti. Telefoni staccati. Vasoli e Mecca, convinti di essere stati fregati, meditavano di sparare alle gambe ai compari. Ferdinando Scremin cercava invano sui giornali siciliani notizie su un sequestro di droga. La moglie di Enzo Pascoletti gli consigliava di farsi il passaporto per scappare.

Tutto questo è stato ricostruito, l’altro pomeriggio in tribunale a Pisa davanti al collegio penale presieduto dal giudice Luca Salutini, giudice a latere Donato D’Auria e Paola Giovannelli, dagli imputati Cresti e Bigeschi che, pur usando espressioni diverse, hanno detto che non erano a conoscenza di quello che c’era nel container. Loro non sapevano della droga e quando erano andati in Colombia lo avevano fatto per cercare nuove opportunità di lavoro ed esportare prodotti.

Il processo è stato aggiornato. (s.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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