Il Tirreno

Pontedera

l'intervista

La segretaria del Pd: «Chiediamo scusa ai cittadini di Cascina e poi ripartiamo»

Luca Daddi
Cristina Conti, segretaria del Pd a Cascina (Foto Muzzi)
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Cristina Conti, segretaria del Pd a Cascina (Foto Muzzi)

Cristina Conti ha preso le redini del Partito Democratico dopo la disfatta alle amministrative di giugno. Ora vuole riportarlo a essere “laboratorio di idee”

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CASCINA. Cristina Conti, lei è una donna coraggiosa. Altri non avrebbero accettato di fare il segretario del Pd a Cascina dopo la storica sconfitta alle amministrative di giugno. Cosa l'ha spinta a dire sì?

«Ho visto volti attoniti, lacrime scendere, smarrimento. Non più di due giorni dopo, quelle stesse persone hanno cercato una strada per ripartire, coscienti di aver commesso errori ma determinate a ricostruire. Con non poca sorpresa da parte mia, hanno chiesto di farlo con me. Non era il momento del disimpegno. È un onore e una sfida contribuire a ricostruire questa comunità».

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Perché il centrosinistra ha perso a Cascina? Cosa ha sbagliato il Pd?

«Il centrosinistra ha speso molte delle sue energie più nel trovare equilibri interni che nel cercare di portare avanti compatto i suoi valori. Difficile per chi è fuori da queste dinamiche non percepire un'inaffidabilità e un senso di precarietà. Il Pd ha perso l'entusiasmo e la volontà di essere la comunità delle idee, dei progetti e della condivisione. Ha smesso lentamente di parlare con i cittadini, di raccontare, di ascoltare. Non ha divulgato quell'idea di città che stava costruendo, non ha ascoltato le difficoltà quotidiane di chi la viveva, ha guardato i circoli impoverirsi di persone e non ha reagito. Gaber cantava “la libertà è partecipazione”: ecco abbiamo smesso di essere liberi».

Quali errori ha commesso l’ex sindaco Alessio Antonelli?

«Il lavoro che ha svolto è andato nella direzione di una Cascina che guarda al futuro. Antonelli è riuscito a vincere bandi che hanno permesso a questo Comune di realizzare progetti impossibili con le sole finanze locali, a tenere i conti in ordine, ad abbassare l'indebitamento. Ma penso che non sia riuscito a comunicarlo in maniera adeguata ai cittadini, a spiegare loro le difficoltà che incontrava a trovare risorse per le piccole opere di manutenzione, a creare una connessione sentimentale. Non era indifferenza verso i problemi dei cittadini, ma così è stata percepita».

È stato uno sbaglio fare le primarie, come sostiene il governatore Enrico Rossi?

«Sono una sostenitrice delle primarie, ma qui è mancato un momento di confronto interno al partito. Siamo andati alle primarie nel momento e con modalità sbagliate, così la risorsa è diventata indebolimento. È raro mettere in discussione un sindaco alla fine del primo mandato, a meno che non si riscontrino gravi errori amministrativi o scelte future importanti su cui si è in disaccordo. Dubito che in questo caso i cittadini abbiano compreso fino in fondo il perché di questa scelta».

"Nessun sindaco Pd è al sicuro", ha detto lei di recente. Ci saranno altre disfatte?

«Siamo un Paese in sofferenza, la crisi dura da anni e non se ne intravede la fine. Il senso di precarietà invade l'anima, la globalizzazione abbassa il livello dei diritti e crea una competizione al ribasso sul mercato del lavoro. Se il Pd non dà risposte a questa insicurezza sociale ed economica, prevarranno i partiti che forniscono risposte semplici, addossando la colpa della crisi agli immigrati o ai politici che rubano».

Come può il Pd recuperare il rapporto con il territorio e con i ceti popolari?

«Dobbiamo chiedere scusa, fare un passo indietro, smetterla di concentrarci sui nostri equilibri interni. Sono cambiati tempi e ritmi di vita, i circoli restano il nostro luogo, ma è necessario attivare nuovi strumenti di comunicazione che permettano a noi di raggiungere tutti e a chiunque di arrivare a noi. I nostri iscritti sono persone intelligenti e preparate. A loro il compito di realizzare il laboratorio delle idee, di pianificare progetti coinvolgendo i cittadini in uno scambio di opinioni ed arrivare a documenti e proposte condivise. Cambiamo gli strumenti, ma torniamo ad essere quello che siamo».

Come si batterà contro la sindaca leghista Susanna Ceccardi?

«Con l'unica arma che serve: la politica. Le mie idee di società sono opposte a quelle di Ceccardi. Viviamo una realtà complessa in cui deve emergere la capacità di governare equilibri ogni giorno più fragili. Inutile proporre ricette facili e irrealizzabili, pericoloso continuare a dare false speranze alla disperazione per poi ritrattare quando si trasforma in rabbia. Inclusivi, generosi, aperti e civili, questo siamo e questo dobbiamo restare. A chi amministra il compito di far crescere questi valori, non certo di distruggerli costruendo muri immaginari ai confini del territorio e del cuore delle persone».

Cosa le fa più paura del messaggio leghista calato in una realtà come Cascina?

«No ai rom, no ai profughi, no all’accoglienza, no agli omosessuali, no alla marcia della legalità, no ai diritti. I messaggi della Lega spaccano la comunità e promuovono un'involuzione culturale. Fumo per coprire l'incapacità di trovare soluzioni. È troppo facile inventare colpevoli immaginari per la crisi, ma così si legittima una rabbia che, a prescindere da chi si ha di fronte e dalla sua storia, innescherà tensioni e scontri. Credevo fossero lontani i tempi in cui su queste basi abbiamo dato il peggio di noi. Ero certa che avessimo capito dove portano e quali istinti negativi scatenano».
 

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