Sicurezza
Ristori, fabbrica bloccata ma la speranza è finita
Davanti ai cancelli della ditta continua il presidio per non far passare le merci I lavoratori però sono sfiduciati e aspettano di sapere chi di loro perderà il posto
MONTECALVOLI. Il sole splende in via del Fosso a Montecalvoli. Ma non riesce a scaldare nessuno. La conferma dei 63 esuberi data dalla proprietà delle Officine Ristori a sindacati e Regione ha fatto calare il gelo su una situazione bollente, che stava vivendo sulla rabbia e sulla speranza di ricevere notizie diverse. Positive. La storica ditta dell’indotto Piaggio è l’emblema di un momento che dura ormai da troppo tempo. E che rischia di far perdere la voglia di lottare alle persone. Lo si percepisce guardando negli occhi gli operai che stazionano al presidio davanti alla “loro” fabbrica. E il dramma di perdere il lavoro diventa chiarissima parlando con i lavoratori. Sono storie di gente che ha lavorato alla Ristori da una vita e che vive col patema d’animo di vedere il proprio nome scritto nella lista dei licenziati.
"Ma anche per chi resta non sarà semplice - dice Mirco Capobianco di Pontedera, 40 anni e due figli - Non sappiamo ancora chi manderanno via. La speranza è di rimanere, ma dopo gli ultimi sviluppi ci sarebbero comunque incognite. Il problema è stato non essere riusciti a diversificare la produzione rispetto alle commesse della Piaggio. Ma ora l’interrogativo è sulla voglia di continuare della proprietà. Siamo demoralizzati, è chiaro. Pensiamo alle nostre famiglie e ai problemi che dovremo risolvere. Problemi uguali per tutti quelli che si trovano qui al presidio".
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Già, le famiglie, i figli, le mogli, le fidanzate. La vita che sembra interrompersi con una semplice lettera. Quella del licenziamento che incombe. Uno spartiacque che rende tutto più buio. Abdel Zairi ha 35 anni ed è originario del Marocco, ma è a Santa Croce sull’Arno dal 2011, quando si trasferì da Femignano, nelle Marche, dopo che Ristori acquisì la ditta in cui lavorava. Suo figlio è nato qui. E in provincia di Pisa è arrivato per un fare un passo in avanti verso una vita migliore. "Pensavo di aver trovato un po’ di tranquillità - racconta mentre sta seduto su una sedia davanti all’ingresso della fabbrica - Invece, dopo appena due anni, è scoppiato il caos. Minacce di licenziamenti, scioperi, picchetti e un accordo per la cassa integrazione straordinaria che ci dava un po’ di speranza per il futuro. L’azienda avrebbe dovuto trovare nuovi clienti, si sarebbe dovuta ristrutturare. Invece siamo di nuovo qui. Ma questa volta è dura e sembra che non ci siano grosse alternative".
I capannelli nel piazzale di via del Fosso, intanto, si moltiplicano. Ci sono i lavoratori di origine africana a pochi metri dal cancello principale. I sindacalisti che rilasciano interviste alle tv locali. Gli operai che parlano tra di loro della Regione che avrebbe potuto fare di più e della Piaggio che porta le lavorazioni all’estero. "La realtà è che ora tutto ricade su di noi - dice Claudia, una operaia addetta alle pressette - A me mancano ancora molti anni prima della pensione e non so cosa fare. In questa vicenda trovare una colpa serve a poco. La proprietà della Ristori può essere vista come una vittima degli ingranaggi. Ma il fatto è che a noi rimarranno qualche mese di stipendio ridotto con la mobilità. Mentre a loro i soldi per campare non mancheranno di certo".
Anche perché, continua Paola, una sua collega, "non è neppure facile dire dov’è stato lo sbaglio. Forse la troppa dipendenza da Piaggio ha creato problemi. Ma, comunque, a me interessa poso. So solo che ho 55 anni e sono sola. Se mi licenziassero non saprei cosa fare. E il brutto è che ormai ci stiamo rassegnando a tutto questo".
Il brutto della vicenda è proprio la crescente consapevolezza di non poter più fare niente per invertire la rotta. L’accordo firmato nell’ottobre del 2014 è la madre di questa situazione. Un accordo, senza il quale, non ci sarebbe stato il concordato in continuità per le Officine Ristori. E neppure due anni di ammortizzatori sociali per i lavoratori. Una fine già scritta, quindi, che rende tutto ancora più amaro.
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