Tribunale sotto scacco per una lettera anonima
Due giorni di allerta per il pericolo di possibili attentati
PISA. «Chi vuole la moschea vuole dare un segno forte». C'è una frase nel messaggio con cui un anonimo per due giorni ha fatto tremare il tribunale di Pisa con la minaccia di un attentato che gli inquirenti sono convinti offra almeno una ragionevole certezza: chi l'ha scritto ha sfruttato la coincidenza temporale con la sentenza sul caso Jalal, ma la storia del marocchino di Ponsacco finito in carcere un anno fa con l'accusa di aver inneggiato all'Isis sembra fosse solo un pretesto, uno strumento di propaganda. L'allarme scatta giovedì mattina, quando in questura arriva una busta di un anonimo.
È la metà di un foglio A4, dodici righe scritte tutte con un carattere maiuscolo. Sintassi semplice e a tratti incespicante. Chi scrive è o vuole apparire come uno straniero, ma il messaggio è chiaro. L'autore dice di essere un «simpatizzante musulmano di Pisa» e di essere «venuto a conoscenza che il giorno 22 mattina o il 23 mattina avverrà un attentato esplosivo dentro un'aula del tribunale».
Per polizia e carabinieri scatta subito un’allerta per il pericolo di attentati. A preoccupare non è tanto la giornata di giovedì (in cui i poliziotti presidiano e perlustrano aule e uffici in borghese senza imporre uno stop al lavoro di magistrati e avvocati), ma quella di ieri, perché nel calendario delle udienze ce n'è una cruciale, decisiva per la storia della lotta al terrorismo nel nostro Paese.
«Era inevitabile mettere in relazione la minaccia con il caso Jalal, soprattutto per la coincidenza temporale», spiega in mattinata il questore Alberto Francini.
Jalal El Hanaoui non è un imputato qualunque. È il primo sospetto jihadista in Italia che abbia accettato di affrontare il processo dall'introduzione della legge "speciale" che punisce chi istiga alla guerra santa sui social. Non ha scelto di patteggiare come El Mahdi Halili, il ventenne torinese ritenuto il suo mèntore e autore del primo "manuale" in italiano sul Califfato. No, Jalal affronta i giudici e l'accusa, e un verdetto che potrebbe condizionare la storia della lotta al terrorismo per i prossimi anni. Per questo ieri mattina le misure di sicurezza hanno subito un innalzamento repentino. In tribunale, alle 7, si presentano gli uomini della Digos e soprattutto le unità cinofile dei carabinieri. Le perlustrazioni vengono affidate a Jako, un cane anti-bombe addestrato alla stazione di San Rossore. Il pastore setaccia aule e uffici per oltre un'ora, senza trovare ordigni o tracce di esplosivo. Solo poco prima delle 9 giudici, avvocati, cancellieri e cittadini vengono fatti entrare.
Falso allarme, il tribunale è sicuro, anche se per tutto il giorno il palazzo viene sorvegliato e presidiato da decine di uomini in borghese. L’ultimo allarme bomba in piazza della Repubblica era scattato a novembre 2015.
Ma a cosa puntava chi ha scritto quel “pizzino”? E davvero è solo un corvo bianco che vuole aiutare le forze dell’ordine? L’autore del biglietto dice di non «concordare» con chi progetta di piazzare una bomba, «ma chi vuole la moschea - precisa - vuole dare un segno di forte. Ho paura che mi facciano del male, spero che arrivi in tempo». Dunque, nel mirino ci sarebbe la costruzione del centro di culto per gli islamici, il leitmotiv che sta pervadendo il dibattito pubblico in città.
«Chi fa arrivare messaggi del genere - spiega una fonte investigativa - di solito punta ad ottenere un effetto immediato, far slittare un’udienza, visto che un allarme bomba di solito comporta l’evacuazione del palazzo di giustizia. Ma è ancora troppo presto per capire a cosa puntasse davvero il messaggio». Ieri in tribunale c’erano almeno altre due udienze collegiali importanti. Una con imputati italiani e stranieri accusati di aver creato un traffico di false assunzioni finalizzate all’immigrazione clandestina e un’altra in cui alla sbarra c’erano molti tunisini accusati di traffico di droga. Entrambi arrivati a sentenza con svariate condanne. Ad inviare il messaggio, è una delle ipotesi, potrebbe essere stato qualcuno interessato a far saltare il processo. E un aiuto alle indagini potrebbe arrivare dalle analisi della Scientifica sul biglietto. Se venissero rintracciate impronte digitali, potrebbero venir confrontate con quelle di alcuni imputati arrestati e schedati. Ma è solo una delle piste. Perché ci sono alcune “anomalie” nel biglietto che non sono sfuggite agli investigatori. L’autore dice di essere «un simpatizzante musulmano» che ha «a cuore la pace tra le varie culture e religioni» ma non essere d’accordo con chi progetta «un attentato», il quale, per veder sorgere la moschea, sarebbe disposto a «dare un segno di forte». Perché solo un simpatizzante? E poi quell’errore marchiano, la preposizione “di” davanti a “forte”, quasi voluto, esibito per denotare appunto la mano di uno straniero, magari proprio un musulmano. Dunque una contraddizione?
Possibile che a scrivere quel pizzino sia invece qualcuno che la moschea non la vuole e ha provato ad alzare il livello della tensione?Per ora, per fortuna, solo ipotesi di un allarme rientrato a fine giornata e archiviato come uno dei tanti falsi allarmi bomba al tribunale di Pisa.
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