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Pontedera

petriccione ammette i colpi contestati

Rapinava i market con la pistola carica Silenzio sui complici

Rapinava i market con la pistola carica Silenzio sui complici

PONTEDERA. È durato un’ora e mezzo l’interrogatorio nel quale Dario Petriccione, 36 anni origini napoletane ma residente a Cecina, ha ammesso davanti al pubblico ministero Fiorenza Marrara e ai...

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PONTEDERA. È durato un’ora e mezzo l’interrogatorio nel quale Dario Petriccione, 36 anni origini napoletane ma residente a Cecina, ha ammesso davanti al pubblico ministero Fiorenza Marrara e ai carabinieri del nucleo investigativo, di essere l’autore di diversi furti d’auto e soprattutto delle dodici rapine messe a segno tra il gennaio 2015 e il marzo di quest’anno in nove diversi supermercati sparsi per la Toscana: Livorno, Casciana Terme, Lastra a Signa e Pontedera; la maggior parte dei quali della catena Tuodì, perché sprovvista di un sistema di video sorveglianza.

Ma il bandito arrestato dai militari lo scorso 10 agosto con l’accusa di associazione per delinquere assieme a due complici, il fratello Giuseppe, 40 anni, e Ferdinando Lentini, 59, agli investigatori ha detto molto altro.

A cominciare dalle armi «comprate da uno straniero», e usate durate le rapine per minacciare, di volta in volta, le dipendenti nel tentativo di farsi consegnare il denaro: una pistola vera calibro 22 con due colpi in canna e una riproduzione metallica di arma che «sembrava quasi vera». Entrambe, poi, dopo i colpi venivano nascoste dal rapinatore a casa. «Ma non ho mai pensato di sparare e di fare male a qualcuno», ha sottolineato.

Petriccione nell’interrogatorio finito agli atti e che ora rafforza l’impianto accusatorio della Procura, ha spiegato agli inquirenti di essere uscito da carcere nel 2012 e di aver aperto successivamente un’attività commerciale.

Ma il tentativo di restare fuori dai guai è durato appena due anni. Il trentaseienne ha raccontato di essere rimasto da un momento all’altro senza lavoro, con una convivente e quattro figli da mantenere.

A come sbarcare il lunario lo hanno aiutato le sue origini, come ha ammesso lui stesso: nato e cresciuto in un quartiere popolare di Napoli dove ha spiegato di non aver avuto la possibilità di conoscere niente di diverso se non la commissione di illeciti per andare avanti.

È in questo contesto che a partire dal 10 gennaio 2015 con la rapina al Tuodì di via Lulli, a Livorno, ha iniziato la lunga scia di reati.

Secondo la Procura con la collaborazione del fratello che lo avrebbe aiutato durante i permessi premio mentre era in regime di semilibertà nel carcere di i Massa e del cinquantanovenne Ferdinando Lentini.

È proprio sul ruolo dei due complici che i carabinieri hanno insistito durante l’interrogatorio. Ma davanti a sé, militari e pubblico ministero, hanno trovato un muro di omertà.

Il trentaseienne, infatti, non ha ceduto all’insistenza degli investigatori: «Queste rapine - ha ripetuto - le ho fatte quasi tutte da solo, anche se è vero che in alcune circostanze ho avuto un complice. E i nomi? Su questo aspetto - ha tagliato corto - mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Stessa risposta alla domanda su dove oggi siano nascoste le armi.

Ma proprio nel giorno dell’interrogatorio emerge un nuovo filmato registrato all’interno di uno dei supermercati rapinato in cui si vede Petriccione, in compagnia di un complice, aggredire tre dipendenti del negozio: uno schiaffo in faccia alla prima, un’altra collega presa per i capelli e infine un’ultima donna spintonata nel magazzino del supermercato.

Federico Lazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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